Monouso, Bianconi: “Anche quello in bioplastica va ridotto”

Secondo Assobioplastiche il consumo di prodotti monouso come stoviglie e bicchieri è cresciuto di quasi cinque volte. Ma il presidente Luca Bianconi avverte: “La SUP non si traduca nella sostituzione ‘1 a 1’ delle plastiche tradizionali”

“La deroga sulle bioplastiche compostabili inserita nel decreto di recepimento della direttiva SUP non deve tradursi nella sostituzione ‘1 a 1’ dei prodotti in plastica tradizionale”. Luca Bianconi, presidente di Assobioplastiche, non presta il fianco a chi etichetta la misura in vigore da domani come una mano tesa al ‘greenwashing’ dell’usa e getta. Anche se questo significa in parte remare contro gli interessi del settore che rappresenta. “Tutto il monouso, compreso quello in bioplastica, va ridotto significativamente”, spiega a Ricicla.tv, ricordando come in passato l’Italia abbia dato prova di saperlo fare prima e meglio degli altri, anche a costo di mettersi contro l’Ue. Come quando nel 2011 scegliemmo di mettere al bando i sacchetti monouso di plastica non biodegradabile o compostabile. “Quella scelta – ricorda Bianconi – portò alla riduzione di oltre il 60% dei volumi immessi sul mercato”. E anche all’apertura di una procedura d’infrazione da parte della Commissione europea, che però qualche anno dopo sarebbe tornata sui suoi passi integrando gli orientamenti dell’Italia nelle proprie direttive sugli imballaggi.

Chissà che il copione non sia destinato a ripetersi, ora che Roma ha deciso di non allinearsi alle disposizioni di Bruxelles sul divieto di commercializzazione di alcuni prodotti monouso, salvando quelli in plastica bio. Che l’Ue considera invece fuorilegge al pari di quelli realizzati con polimeri tradizionali. “Manca ancora il responso della Commissione – dice Bianconi – quindi non ci resta che aspettare e vedere se si arriverà all’apertura di una procedura d’infrazione”. Le sensazioni a ogni modo sono positive. I numeri, del resto, parlano di acquisti quasi quintuplicati nel giro di appena due anni e dicono che il mercato italiano si è orientato verso prodotti monouso in bioplastica compostabile come piatti, bicchieri e stoviglie ben prima di conoscere gli esiti del recepimento della SUP. “Sono di fatto i nostri ‘best performer’ – racconta Bianconi – secondo Plasticonsult siamo passati da una domanda di 3mila tonnellate nel 2018 a 6mila 700 nel 2019 e a 14mila 500 nel 2020“. Prodotti che, chiarisce ancora una volta il presidente di Assobioplastiche, “vanno utilizzati solo se non è possibile accedere a un’alternativa lavabile e riutilizzabile e solo quando si può conferirli a un circuito che sappia gestirne correttamente il fine vita“.

Vale a dire garantendo che i rifiuti in bioplastica vengano avviati a riciclo insieme con la frazione organica da raccolta differenziata negli impianti di compostaggio e digestione anaerobica. “È dal 1993 che l’Italia raccoglie e recupera l’organico in maniera differenziata – spiega Bianconi – e questo ha dato un enorme contributo allo sviluppo del settore delle bioplastiche, che senza questo circuito resterebbero sì plastiche ‘bio-based’ ma perderebbero quei benefici in termini di riduzione dell’impronta ambientale garantiti dal riciclo”. Secondo uno studio di CIC e Corepla. la presenza di bioplastiche nell’organico è triplicata, passando da 27mila tonnellate nel 2016 a 83mila del 2020. Nello stesso periodo però è aumentata anche la presenza di plastiche tradizionali (da 65mila a 90mila tonnellate), segno che c’è ancora da lavorare per aiutare i cittadini a distinguere ciò che è compostabile da ciò che non lo è. “La priorità è rendere ancora più identificabili i prodotti in bioplastica – dice Bianconi – da questo punto di vista la nascita di Biorepack, primo sistema epr in Europa per gli imballaggi in plastica biodegradabile e compostabile, è un’ottima notizia, visto che da statuto Il consorzio dovrà occuparsi anche di migliorare l’etichettatura dei prodotti, favorendone l’avvio a riciclo”.

Ma l’aumento sensibile delle quantità di bioplastiche nell’organico va anche accompagnato da una riflessione sul sistema impiantistico, visto che per garantire la completa degradazione di polimeri bio come Mater-Bi e PLA è necessario che i processi industriali di compostaggio e digestione anaerobica rispettino rigorosamente i tempi e le modalità previsti dalle norme tecniche di riferimento, la UNI EN 13432:2002 e la più recente UNI/PdR 123:2021. Condizioni che non sempre le strutture oggi operative riescono ad assicurare. “Gli impianti oggi esistenti – scriveva Utilitalia in un position paper – sono stati progettati per trattare determinate matrici (prevalentemente rifiuti biodegradabili di cucine e mense o di giardini e parchi) e non certo bioplastiche”. “Anche sul fronte degli impianti siamo stati pionieri in Europa – spiega il presidente di Assobioplastiche – ma dobbiamo tenere conto del fatto che non tutti dispongono delle tecnologie più aggiornate e che sarà necessario adeguarli per aumentare la loro capacità di gestire correttamente i rifiuti in bioplastica”. Un contributo importante, in questo senso, potrà venire dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, che alla linea d’investimento da 1,5 miliardi di euro dedicata a comuni e gestori del servizio pubblico prevede anche la possibilità di finanziare interventi di ammodernamento degli impianti esistenti.

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