Plastiche miste, valori ai massimi: da ‘Cenerentola’ a rifiuto più desiderato

Altro che ‘Cenerentola’ del riciclo: i valori delle plastiche miste post consumo non sono mai stati così alti, spinti dal caro materiali ma anche da una domanda in forte aumento nel settore del riciclo meccanico, che in Italia nell’ultimo anno è cresciuta del 20%. il consorzio Corepla si prepara a cogliere le nuove opportunità del mercato

“La plastica mista non è più quel diavolo che spaventava tutti” diceva qualche mese fa a Ricicla.tv il presidente di Corepla Giorgio Quagliuolo. Volendo usare un’altra similitudine, potremmo dire che, numeri alla mano, quella che un tempo era considerata la Cenerentola del riciclo – fatta di frazioni a minor valore aggiunto, troppo difficili da selezionare e riciclare rispetto alle più nobili PET, PP o HDPE e quindi impossibili da trasformare in nuova materia prima a prezzi sostenibili – negli ultimi mesi è diventata di fatto una delle belle del ballo. Ma chiudiamo il capitolo delle similitudini e veniamo a quello dei numeri: secondo l’istituto indipendente di ricerca ICIS, oggi una tonnellata di plastiche miste poliolefiniche è quotata sul mercato a un valore di soli 50 euro inferiore rispetto a una tonnellata di HDPE monocolore e a 75 euro la tonnellata in meno rispetto al polipropilene (PP) post consumo, due frazioni che oggi viaggiano rispettivamente intorno ai 500 e 700 euro la tonnellata, con prezzi in forte crescita. Uno spread “al livello più basso mai registrato” nota ICIS. Come ha fatto una frazione che fino a poco tempo fa finiva quasi esclusivamente a incenerimento o in discarica a diventare così apprezzata sul mercato del recupero dei rifiuti?

La premessa doverosa è che nell’ultimo anno i valori di mercato delle principali frazioni di rifiuti in plastica post consumo da avviare a riciclo sono letteralmente schizzati alle stelle: solo nel 2021, spiega Mark Victory, analista di ICIS, “l’HDPE è aumentato del 393%, il PP del 132% e il PET del 131%”. Come per tantissime altre ‘commodity’, sulle quotazioni hanno pesato il covid prima e la guerra in Ucraina, con annessa inflazione energetica, poi, ma a far volare i valori ha contribuito anche una domanda particolarmente tonica. Spinta, nel caso del PET, anche dai nuovi obblighi europei di contenuto minimo nelle bottiglie introdotti dalla direttiva SUP (30% entro il 2030) e, più in generale, dalla crescente attenzione dell’industria degli imballaggi all’uso di materiali riciclati. Ma le richieste aumentano anche nei settori dell’automotive e dell’edilizia, e i riciclatori, già stremati dai rincari energetici, fanno sempre più fatica a trovare balle di PP o HDPE a prezzi accessibili. E così, spiega ICIS, “la carenza e i prezzi elevati della plastica riciclata monomateriale hanno portato i gestori dei rifiuti e i riciclatori meccanici a esplorare l’uso di rifiuti di plastica mista per colmare i deficit, in particolare per applicazioni non di imballaggio come l’edilizia”. Un trend che in Italia trova conferma nei numeri dell’ultimo rapporto realizzato da Plastic Consult per Assorimap, secondo cui nel 2021 sono state riciclate oltre 150mila tonnellate di misti poliolefinici, con un aumento del 20% sull’anno precedente trainato proprio dalla domanda del settore edile.

Va da sé che se la domanda aumenta, aumentano anche le quotazioni. Anche perché le imprese del riciclo meccanico non sono le sole ad aver messo nel mirino le plastiche miste. “La crescita del settore del riciclo chimico sta ridisegnando la mappa del mercato dei rifiuti misti di plastica in Europa”, spiega infatti ICIS, ricordando che al momento nel Vecchio Continente sono operativi impianti per una capacità installata di 364mila tonnellate l’anno. Se fino a qualche tempo fa tra riciclatori meccanici e riciclatori chimici non c’era di fatto competizione, visto che questi ultimi utilizzavano un materiale destinato a finire in buona parte incenerito o in discarica, nel prossimo futuro le cose sembrano destinate a cambiare. Anche se, chiarisce Mark Victory di ICIS, per il momento non c’è da allarmarsi, visto che gli impianti di riciclo chimico sono tutti o quasi ancora sotto la scala industriale e che “per ragioni ideologiche” buona parte dei gestori degli impianti preferisce evitare la concorrenza con i riciclatori meccanici utilizzando come input la parte di rifiuti misti poliolefinici scartata da questi ultimi in fase di selezione.

Ad ogni modo, oltre che per chi le ricicla, anche per chi li raccoglie e seleziona i rifiuti da plastiche miste si stanno trasformando sempre più da impiccio a occasione di guadagno. E non è un caso che proprio da quest’anno Corepla, il consorzio nazionale per il riciclo degli imballaggi in plastica, abbia scelto di sondare nuove opportunità di mercato per il cosiddetto ‘plasmix’, la miscela di imballaggi in polimeri misti a minor valore aggiunto, soprattutto poliolefinici, prodotta dalla selezione delle raccolte differenziate. Fino allo scorso anno il consorzio le spediva principalmente a recupero energetico: 314mila tonnellate nel 2021, finite in cementifici (47,3% in Italia e 38,5% all’estero) e termovalorizzatori efficienti (14,2%). Da gennaio invece è attivo un sistema sperimentale di aste, che affiancherà le tradizionali modalità di contrattazione con i singoli fornitori di servizi di recupero energetico. Tradotto: il consorzio proverà a vendere una frazione di rifiuto che fino allo scorso anno doveva pagare per smaltire. E che il mercato oggi sembra pronto a riportare, almeno in parte, nei canali del riciclo.

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