biometano rifiuti organici

Biometano da rifiuti, nel 2021 generati 123 milioni di metri cubi

Cresce la quota di biometano prodotto dal trattamento dei rifiuti organici da raccolta differenziata. Nel 2021, riporta Ispra, i 16 impianti autorizzati hanno generato 123 milioni di metri cubi. L’obiettivo è arrivare a quota un miliardo, ma i nuovi incentivi non potranno promuovere la riconversione degli impianti già esistenti

Crescono i numeri del biometano prodotto dal recupero dei rifiuti organici in Italia. Stando ai dati pubblicati nei giorni scorsi da Ispra, nel 2021 sono stati generati 123 milioni di metri cubi di metano rinnovabile, 36 in più rispetto all’anno precedente, finiti per il 65,4% nella rete nazionale di distribuzione e per la parte restante utilizzati in autotrazione in sostituzione di combustibili fossili. Dalla pattumiera al fornello di casa, o al serbatoio. Un giacimento verde, sicuro e rinnovabile, al crocevia tra transizione ecologica ed energetica e sempre più al centro delle politiche nazionali e locali di gestione dei rifiuti. Secondo Ispra, nel 2021 su 63 impianti di trattamento della forsu capaci di produrre biogas 16 disponevano del sistema di upgrading necessario a raffinarlo e trasformarlo in biometano. Vale a dire tre impianti in più rispetto all’anno precedente. E anche se la loro distribuzione continua a essere concentrata soprattutto nelle regioni del Nord, dove nel 2021 erano operativi complessivamente 11 impianti (di cui quattro nella sola Emilia-Romagna), qualcosa si muove anche a Sud. Nel 2021 Calabria, Molise e Sicilia contavano tutte un impianto a testa, e dalla primavera dello scorso anno anche la Puglia ha attivato il suo.

Impianti sempre più simili ad autentiche bioraffinerie, capaci da un lato di chiudere il ciclo di gestione dei rifiuti urbani in maniera sostenibile e circolare, e dall’altro di ridurre la dipendenza dell’Italia dalle forniture estere di materie prime. Non solo sostituendo il gas fossile d’importazione con il biometano, ma anche garantendo la disponibilità ‘a km 0’ di un fertilizzante naturale come il compost, capace di rimpiazzare i concimi di sintesi che l’Italia è costretta ad acquistare all’estero. Una forma di dipendenza acuita, al pari del gas naturale, dai recenti sconvolgimenti del quadro geopolitico europeo. “Il conflitto in Ucraina ha evidenziato come il nostro Paese sia dipendente dal punto di vista energetico dai paesi esteri, in particolare dalla Russia – spiegava nei giorni scorsi in un webinar il vice presidente di Utilitalia Filippo Brandolini – ma anche come dipenda dagli stessi paesi rispetto ad altri prodotti e materiali, come i fertilizzanti. Tant’è vero – spiega – che il compost prodotto da fanghi da depurazione e rifiuti organici è stato molto richiesto sul mercato negli ultimi mesi”.

Nonostante i numeri in crescita, il potenziale energetico dei rifiuti organici resta però in buona parte ancora tutto da sviluppare. Nel 2021 ne abbiamo avviate a trattamento circa 6,8 milioni di tonnellate, che diventano 8,3 contando anche gli sfalci e le potature del verde urbano, ma per la metà sono finite in impianti di solo compostaggio aerobico (293 dei 356 operativi), che oltre al fertilizzante non hanno prodotto né biogas né tanto meno biometano. “Se tutti questi rifiuti fossero gestiti in impianti di digestione anaerobica con produzione di biometano – spiega Brandolini – se ne potrebbero generare annualmente oltre 600 milioni di metri cubi. Non si tratta certo di importi decisivi – chiarisce – ma ciò nonostante rappresentano un contributo importante per ridurre la dipendenza dell’Italia dalle importazioni di gas dall’estero”. Tanto più alla luce del fatto che nel prossimo futuro le quantità di rifiuti da trattare sono destinate a crescere sensibilmente, visto che dal primo gennaio 2022 la raccolta differenziata delle frazioni organiche è obbligatoria su tutto il territorio nazionale. Secondo il Consorzio Italiano Compostatori, in uno scenario ideale potremmo riuscire a intercettarne 10 milioni di tonnellate, tali da garantire la produzione di almeno un miliardo di metri cubi di biometano.

L’imperativo insomma resta quello di adeguare la dotazione impiantistica a livello nazionale, a partire dalle regioni meno infrastrutturate. Non sorprende dunque che dei 28 progetti ammessi a finanziamento nell’ambito del bando PNRR da 450 milioni di euro destinato ai comuni per la costruzione di nuovi impianti di gestione dei rifiuti, ben 13 riguardino proprio la produzione di biometano da forsu. Per stimolare gli investimenti privati si punta invece a sfruttare l’effetto leva generato dal nuovo regime di incentivi da 1,7 miliardi di euro, in vigore dallo scorso ottobre e definito dal Ministero dell’Ambiente in attuazione del PNRR. Gli incentivi saranno riconosciuti a partire dal primo trimestre di quest’anno tramite aste pubbliche, agli impianti entrati in esercizio entro il 30 giugno 2026, sia con un contributo in conto capitale per l’investimento sostenuto che con una tariffa incentivante erogata per 15 anni in rapporto alla produzione netta di biometano.

Pur plaudendo al nuovo regolamento – “un sistema che garantisce il recupero dell’investimento effettuato in tempi congrui“, commenta Brandolini – gli operatori del waste management lamentano però l’esclusione, dal novero dei progetti incentivabili, delle riconversioni degli impianti a biogas da rifiuti già esistenti. Nel 2021 erano 47 e hanno prodotto circa 200 milioni di metri cubi di biogas, utilizzandolo per la generazione di energia elettrica (a sua volta incentivata). “Se in qualche modo si agevolasse la riconversione di questi impianti – spiega Brandolini – potremmo avere una produzione ulteriore di biometano per circa 100 milioni di metri cubi”. In ogni caso, secondo il CIC, tra revamping e progetti ex novo (inclusi quelli che saranno finanziati con il PNRR), nei prossimi anni dovrebbero prendere il via 52 nuovi impianti. Sempre che a far scendere il conto non ci pensino burocrazia, opposizioni locali e giravolte della politica.

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