Raee, l’indagine: il 39% finisce nel “canale informale”


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Avrebbero dovuto essere conferiti in impianti autorizzati al trattamento e invece sono finiti da tutt’altra parte: mercatini dell’usato, magazzini anonimi, talvolta addirittura fuori dai confini nazionali. È bastata un’idea tanto semplice quanto brillante, installare un rilevatore GPS su una serie di elettrodomestici dismessi, soprattutto “grandi bianchi” come lavatrici e frigoriferi, per tracciare le rotte del cosiddetto “canale informale” , ovvero quella zona grigia fatta di traffici illeciti, trattamenti non adeguati e potenzialmente dannosi per l’uomo e l’ambiente nella quale troppo spesso vanno a finire i rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche che sfuggono al sistema ufficiale gestito dai sistemi collettivi dei produttori. L’indagine, condotta da Ecodom e Altroconsumo, ha preso le mosse dal monitoraggio in tempo reale di 174 Raee consegnati nelle isole ecologiche di diverse regioni d’Italia. Di questi, se il 61% è giunto al corretto traguardo di trattamento, il restante 39%, pari a ben 67 percorsi, non ha avuto esito positivo, visto che i Raee non hanno terminato il loro percorso in impianti autorizzati.

E allora dove sono andati a finire? In 21 casi i Raee, conferiti per lo più (16 casi) direttamente in isola ecologica da parte dei volontari, sono arrivati in impianti di trattamento corretti, ma poi sono proseguiti verso un rottamaio. In 3 casi dell’inchiesta, invece i rifiuti tecnologici dalla prima isola ecologica cui sono stati conferiti, passano a un impianto di trattamento e poi vengono riconsegnati in un’altra isola ecologica. “Questi passaggi da un’isola ecologica all’altra – si legge nel dossier – passando da un impianto di trattamento che, seppure autorizzato o accreditato, non effettua nessun trattamento al Raee (poiché il device non viene intercettato o staccato) testimoniano che questi apparecchi non seguono il flusso più corretto di trattamento, perché non vengono trattati là dove dovrebbero”. In alcuni casi l’indagine ha fatto emergere autentiche condotte illecite: ben 3 device, ad esempio, sono finiti nei mercatini dell’usato senza aver prima subito alcun controllo nè trattamento di ricondizionamento. In altri 36 casi invece i Raee sono stati invece consegnati in impianti non autorizzati, di cui 3 all’estero.

Un dato allarmante, quello emerso dall’indagine, sebbene apparentemente meno inquietante delle proiezioni basate sulla differenza tra nuove apparecchiature vendute e Raee gestiti, che stimano addirittura in un 70% le quantità di rifiuti elettrici generate in Italia che ogni anno finiscono nel “canale informale” o spariscono del tutto dai radar. Una emorragia gravissima, tra le principali cause del ritardo italiano rispetto ai target di raccolta e riciclo imposti dalle direttive Ue. Nel 2018, secondo i dati del Centro di Coordinamento Raee infatti i Sistemi Collettivi operanti in Italia hanno raccolto oltre 310mila tonnellate di RAEE, pari al 42,8% della media in peso delle nuove apparecchiature elettriche ed elettroniche immesse sul mercato negli ultimi tre anni. Peccato che l’Unione Europea abbia imposto agli Stati Membri un target minimo di raccolta che nel 2019 è passato dal 45% al 65%, ovvero oltre venti punti in più rispetto al dato nostrano.

Un ritardo che gli autori dell’indagine fanno risalire da un lato all’incompletezza del quadro normativo (come la mancata emanazione – dal 2014 ad oggi, del Decreto sulla qualità del trattamento dei RAE) e dall’altro all’insufficiente livello di controlli sulla filiera. “L’auspicio mio e di Ecodom è che questa ricerca possa dare ai decisori istituzionali – che nei prossimi 10 mesi devono completare il processo di recepimento del pacchetto di Direttive sull’Economia Circolare – indicazioni chiare sulle misure legislative da adottare per far emergere i flussi sommersi di RAEE, che oggi tengono l’Italia lontana dagli obiettivi di raccolta fissati dalla Comunità Europea”, ha dichiarato il presidente di Ecodom, Maurizio Bernardi.

 

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