PNRR

Recovery Plan, Legambiente: «La crisi climatica sia al centro»

«Non si sprechino le risorse europee. La ripartenza del Paese parta da più semplificazioni, controlli pubblici più efficaci e una nuova norma sul dibattito pubblico», questi i presupposti della proposta di Piano nazionale di Ripresa e Resilienza presentata da Legambiente al Parlamento: 23 priorità di intervento, 63 progetti territoriali da finanziare e 5 riforme necessarie per favorire uno sviluppo repentino della tanto ambita transizione verde.

Fotovoltaico, eolico, biometano, idrogeno verde, potenziamento delle reti ferroviarie regionali, turismo di prossimità, decarbonizzazione delle acciaierie, banda ultralarga, sono solo alcuni dei progetti proposti per rendere un’Italia più innovativa e vivibile. Il 2030 non è poi così lontano e i fondi messi a disposizione dall’Europa con il Next Generation EU rappresentano una vera opportunità da non perdere per garantire una svolta green e sostenibile al Paese.

In risposta alle 6 missioni indicate dall’Europa, Legambiente propone una lista dettagliata di progetti territoriali da realizzare, mettendo al centro i temi della sostenibilità: economia circolare, adattamento climatico, riduzione del rischio idrogeologico, bonifiche dei siti inquinanti, rigenerazione urbana, superamento del digital divide. Strategia della partecipazione e condivisione territoriale la strada maestra su cui procedere nella lotta comune alla crisi climatica che investe le 23 priorità nazionali di intervento.

«Negli ultimi mesi – spiega Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente – il percorso di definizione del PNRR da parte del governo italiano è stato a dir poco confuso e, soprattutto, per nulla partecipato. Per dirla con una battuta auspicavamo un “PNRR partecipato” e ci siamo trovati un “PNRR delle partecipate”, come poi è emerso dalle bozze circolanti con i progetti proposti da Eni. Il nostro auspicio è che, una volta superata la crisi governativa in corso, l’Esecutivo abbia il coraggio di cambiare registro e passo pensando ad un Recovery Plan diverso, modificandolo e mettendo al centro la crisi climatica, anche prendendo spunto dal nostro documento. Questi interventi devono essere accompagnati da un profondo pacchetto di riforme per accelerare la transizione ecologica: servono più semplificazioni, controlli pubblici migliori, un’organizzazione burocratica aggiornata professionalmente e all’altezza della sfida, una maggiore partecipazione con una nuova legge sul dibattito pubblico che riguardi tutte le opere per la transizione verde, per coinvolgere i territori e ridurre le contestazioni locali. Solo così – conclude Ciafani – si darà concretezza al nome scelto per il PNRR: Next Generation Italia, con un forte richiamo agli impegni che si assumono per le prossime generazioni. Ma perché alle intenzioni dichiarate corrispondano i fatti è necessaria quella volontà politica che non abbiamo visto finora. È il momento di mostrarla».

Bocciato, dunque, il PNRR predisposto dal Governo. Per Legambiente, gli anni fino al 2030 saranno fondamentali per fronteggiare l’emergenza climatica, questione che viene a mancare proprio nel Piano governativo arrivato in Parlamento il 15 gennaio 2021. Ad un’analisi generale nel PNRR sono destinati 27 miliardi di euro alle opere ferroviarie per la connessione veloce  (la fa da padrona l’Alta Velocità e la velocizzazione della rete con poco meno di 15 miliardi di euro) e 18,5 all’efficientamento termico e sismico dell’edilizia residenziale privata e pubblica. Di gran lunga più contenute le risorse destinate a produzione e distribuzione di energia da fonti rinnovabili (9); al trasporto locale e alle ciclovie (7,5) a cui andrebbero destinate più risorse, all’economia circolare (4,5 miliardi di euro), che pure vede l’Italia come paese leader in Europa, il rischio idrogeologico (3,6), che interessa il 91,1% dei Comuni, l’agricoltura (2,5), motore indispensabile del “made in Italy” agroalimentare.

I finanziamenti europei sono un trampolino di lancio verso la tanto ambita transizione verde, ma senza riforme che interessino le singole realtà territoriali, non si può garantire qualità dei provvedimenti. Per questo motivo, l’associazione ambientalista fa un’analisi puntuale delle 23 priorità di intervento individuate, a cui se ne aggiungono 5 trasversali, fondamentali per accelerare la svolta ecologica: velocizzazione dell’iter autorizzativo; miglioramento qualitativo di controlli ambientali; istituzione di una governance efficace con una struttura di missione presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri sul modello di quanto già fatto, con risultati incoraggianti, sul rischio idrogeologico e sull’edilizia scolastica; formazione e aggiornamento professionale per migliorare le competenze della PA; riduzione dei conflitti territoriali con una nuova legge sul dibattito pubblico per la partecipazione attiva dei cittadini. Questi i 5 punti da mettere in campo per favorire uno sviluppo più sostenibile del Paese.

Un dossier dettagliato, che Legambiente correda di proposte specifiche, includendo regione per regione le opere da realizzare e quelle da evitare, indicando con chiarezza come spendere i circa 69 miliardi di euro destinati alla “Rivoluzione verde e transizione ecologica” e i 32 miliardi per le “Infrastrutture per la mobilità sostenibile”. Tra i progetti da finanziare l’Alta Velocità nel centro Sud; le reti ferroviarie di Sicilia, Calabria, Basilicata, Molise, Campania, Sardegna, Toscana, Umbria, Emilia Romagna, Trentino Alto Adige, Veneto e Lombardia; la chiusura dell’anello ferroviario di Roma; gli interventi per ridurre gli impatti ambientali nelle acciaierie (l’ex Ilva di Taranto e l’impianto di Cogne ad Aosta); la riconversione delle centrali a carbone ancora attive e i progetti sull’agroecologia in Puglia, Umbria, Emilia Romagna e Trentino. Da non dimenticare, poi, di fondamentale importanza  la realizzazione di digestori anaerobici per il trattamento della frazione organica differenziata, con produzione di biometano e compost di qualità, in ogni provincia in Sicilia, Calabria, Campania, Basilicata, Abruzzo, Marche, e Liguria (in provincia di Imperia, La Spezia, a Genova e nel Tigullio) e quelli per trattare gli scarti agricoli, i reflui zootecnici e i fanghi di depurazione; la riqualificazione dell’edilizia popolare (messa in sicurezza ed efficientamento energetico) e degli istituti scolastici in Campania; il progetto integrato sulla “città adriatica” nelle Marche. Da evitare, invece, tra quelli proposti nel PNRR governativo l’impianto di cattura e stoccaggio di CO2 proposto da Eni a Ravenna; il ponte sullo stretto di Messina; gli impianti TMB di trattamento meccanico biologico dei rifiuti; gli impianti di innevamento artificiale e di risalita al di sotto dei 1.800 m.s.l.m.; gli incentivi legati all’acquisto dei veicoli a combustione interna.

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