Riciclo, così la crisi mette a rischio un’eccellenza italiana

Italia avanguardia europea del riciclo: dal recupero di risorse dai rifiuti una risposta virtuosa all’emergenza climatica ed energetica. Ma la crisi delle materie prime, aggravata dal conflitto in Ucraina, sta mettendo a rischio la tenuta di intere filiere

Clima ed energia: le due grandi emergenze del nostro tempo sono i fronti incandescenti di una guerra che chiama l’intero pianeta a un impegno radicale, a ripensare sistemi produttivi e abitudini di consumo per scongiurare una catastrofe sociale, economica e ambientale dalle proporzioni ogni giorno più terrificanti. Una guerra che non è né diversa né distante, ma vicina e anzi profondamente intrecciata a quella scoppiata nelle ultime settimane nel cuore dell’Europa e i cui destini, non a caso, si giocheranno anche sul campo minato delle materie prime, con l’Italia e l’Europa intera chiamate a far valere la propria capacità di liberarsi dal ricatto delle forniture dalla Russia. In questo scenario, la strada verso una maggiore autonomia, energetica ma non solo, e quella verso l’obiettivo zero emissioni di CO2 entro il 2050 fissato dal Green Deal europeo non possono non convergere.

Gettando benzina sul fuoco della crisi delle ‘supply chain’ esplosa nei giorni della ripartenza post-covid, l’invasione russa dell’Ucraina ha reso ancora più urgente la transizione verso un nuovo mix energetico a minore intensità di fonti fossili e, più in generale, verso un nuovo modello di sviluppo basato sulla riduzione dei consumi e sulla gestione efficiente delle risorse. Che la si voglia chiamare energetica o ecologica, quella transizione trova oggi nel riciclo una delle sue leve principali e nell’Italia un’autentica avanguardia. “Le aziende italiane hanno fatto tesoro della carenza di materie prime del Paese sviluppando tecnologie, procedure e sistemi capaci di massimizzare il recupero di risorse dai rifiuti” spiega nella giornata globale del riciclo Paolo Barberi, presidente di Fise Unicircular, l’associazione delle imprese del riciclo. “Sono aziende performanti – prosegue – capaci di operare nel rispetto dell’ambiente e di garantire il raggiungimento degli sfidanti obiettivi europei”.

Stando agli ultimi dati Eurostat, con il suo 68% l’Italia è prima tra i Paesi dell’Ue per rifiuti avviati a riciclo, sia urbani che industriali. Per i soli urbani, i dati Ispra dicono che nel 2020 con il 54,4% di riciclo l’Italia ha centrato e superato l’obiettivo vincolante del 50% fissato dall’Ue e può guardare con ottimismo al target del 65% al 2035. Il settore degli imballaggi si conferma fiore all’occhiello nazionale, avendo centrato con ampio anticipo i target per i vari materiali a eccezione della plastica. Nel 2020, nonostante la pandemia, sono state riciclate oltre 9 milioni di tonnellate di packaging post consumo, pari al 73% dell’immesso a mercato, ben oltre il target del 65% al 2025. La sola filiera degli imballaggi in carta, autentica eccellenza dell’economia circolare italiana, con quattro milioni di tonnellate avviate a riciclo e un tasso dell’87% ha raggiunto e superato dieci anni prima l’obiettivo dell’85% al 2030. Una risposta virtuosa all’emergenza climatica ed energetica. Secondo Conai, il recupero di risorse dai rifiuti da imballaggio, pari nel 2020 a più di 4 milioni e mezzo di tonnellate, e il conseguente minor ricorso all’estrazione e lavorazione di materie vergini, ha garantito una riduzione delle emissioni di 4,4 milioni di tonnellate di CO2 e risparmi energetici pari a 24 TWh di energia primaria. Ovvero quelli necessari a illuminare le case di circa 7 milioni di famiglie.

E anche i numeri dell’industria ‘tradizionale‘ restituiscono in maniera plastica i benefici in termini energetici e climatici del ricorso al riciclo. Le nostre acciaierie, seconde solo alla Germania per volumi di produzione, sono prime in Europa per quantità di rottame di ferro rifuso: al ritmo di 32 tonnellate al minuto, nel 2020 ne sono state consumate circa 17 milioni di tonnellate, 10 delle quali di provenienza italiana. Rottame che le nostre aziende del riciclo recuperano dalle frazioni di rifiuto più disparate: dalle auto a fine vita (un milione di tonnellate di ferro nel 2019) agli elettrodomestici dismessi, i Raee (più di 130mila tonnellate nel 2021 solo da quelli gestiti dal consorzio Erion), passando ovviamente per gli imballaggi (371mila tonnellate nel 2020, secondo il consorzio Ricrea). Con un risparmio in termini di CO2 evitata che secondo Federacciai è calcolabile nell’ordine di 1,4 tonnellate per ogni tonnellata di rottame rifuso, ovvero 24 milioni di tonnellate in totale.

Secondo l’ultimo report di Assovetro ammontava invece a 124mila tonnellate di petrolio equivalente il risparmio diretto di energia garantito nel 2018 dall’impiego nelle vetrerie italiane di oltre 3 milioni di tonnellate di rottame al posto delle materie prime vergini, con una riduzione complessiva delle emissioni pari a più di 2 milioni di tonnellate di CO2. Il rottame ‘pronto al forno’ infatti fonde a una temperatura di gran lunga inferiore rispetto alla sabbia da silicio vergine. Quindi garantisce meno consumi e meno emissioni. Stesso discorso vale per l’alluminio, che in Italia è prodotto da fonderie che utilizzano al 100% materiale riciclato. Secondo il consorzio Cial, nel 2020 il solo riciclo degli imballaggi ha garantito un taglio di 355mila tonnellate di CO2 e risparmi energetici per oltre 153mila tonnellate equivalenti di petrolio.

Pur avendo messo il riciclo al centro delle proprie strategie di produzione, vetro, carta, acciaio e alluminio restano però settori ‘energivori’, quindi tra quelli che rischiano di pagare il prezzo maggiore per il caro bollette che sta travolgendo le imprese italiane. Tant’è che proprio la scorsa settimana l’impennata del costo di gas ed elettricità ha costretto una delle più grandi cartiere italiane, con sede a Lucca, a fermare la produzione. E sempre in Toscana i rincari dell’energia mietono vittime tra le imprese della manifattura vetraria, mentre non si contano chiusure e rallentamenti tra le acciaierie e le fonderie del bresciano. Inutile dire che se si ferma la domanda di materia riciclata, rischiano di fermarsi anche le imprese del riciclo. Tanto più che i morsi del caro bollette stanno lasciando il segno anche sui loro bilanci. “Le nostre sono aziende manifatturiere – spiega Barberi – e le attività di trasformazione dei rifiuti in prodotti necessitano di attrezzature e tecnologie che consumano molta energia”.

È il caso dei riciclatori di apparecchiature elettroniche a fine vita. “Fino a ieri l’elettricità rappresentava circa l’8-9% dei costi di produzione. I dati in nostro possesso ci dicono che se tutto va bene questo valore raddoppierà, arrivando intorno al 15-16%. Francamente è insostenibile” raccontava a Ricicla.tv Giuseppe Piardi, presidente di Assoraee. In affanno anche i riciclatori di plastica, che dai nostri scarti urbani e speciali ricavano ogni anno oltre un milione di tonnellate di polimeri da trasformare in nuovi prodotti. “Se le bollette medie di una ditta che si occupa di riciclo della plastica prima erano intorno ai 150mila euro al mese, adesso si arriva anche a 540mila euro” la denuncia di Assorimap, associazione nazionale dei riciclatori di plastica “che con il loro lavoro – si legge in una nota – riescono a far risparmiare quasi 2 milioni di tonnellate di petrolio e 3mila kWh di energia elettrica con una riduzione anche delle emissioni di CO2 pari a 1,4 milioni di tonnellate di petrolio”. Il paradosso è che le stesse imprese che con il proprio lavoro contribuiscono alla riduzione dei consumi energetici dell’industria nazionale oggi rischiano di cadere sotto i colpi dei rincari energetici.

“Questa emergenza ripropone un tema critico in Italia, quello della disponibilità di energia e soprattutto della capacità del Paese di produrre quella necessaria a far funzionare i nostri comparti industriali”, commenta Barberi, secondo cui l’inadeguatezza del mix energetico italiano è figlia anche di scelte sbagliate sul piano della gestione dei rifiuti. “Le vicende di questi giorni – dice – mettono in luce la miopia politica che, in maniera piuttosto ideologica, ha escluso dalle possibili fonti di energia nazionali una risorsa come la frazione ‘negativa’ dei rifiuti, ovvero gli scarti delle operazioni di recupero di materia, che potrebbero essere utilizzati in termovalorizzazione per produrre elettricità e calore”.

Fa riflettere il fatto che a sottolineare sempre più spesso la centralità del recupero energetico dagli scarti, in questi giorni di crisi, siano proprio le imprese dell’economia circolare. A sconfessare il luogo comune secondo cui riciclo e recupero energetico sarebbero incompatibili non sono solo i produttori ma anche gli utilizzatori di materiali riciclati. Come le cartiere. “Gli scarti del riciclo che in Europa vengono termovalorizzati a piè di fabbrica – spiegava nelle scorse settimane il presidente di Assocarta Luca Poli – in Italia ci troviamo a esportarli negli impianti di recupero energetico dei nostri diretti competitor”. Esattamente come finisce nei cementifici esteri una buona fetta del combustibile da rifiuto di alta qualità prodotto dalle aziende italiane del comparto del CSS: più di 100mila le tonnellate esportate nel solo 2020, che invece avrebbero potuto sostituire il petcoke utilizzato per alimentare i forni da clinker dentro i nostri confini. Garantendo agli operatori un risparmio netto sui costi di approvvigionamento di combustibili fossili dall’estero.

Ma quello dell’energia non è l’unico dossier aperto sul tavolo delle imprese del riciclo. Per difendere la propria leadership in Europa, ma anche per difendersi dai colpi del caro energia, l’industria italiana deve puntare su efficienza e innovazione. I tempi della burocrazia, dicono però gli operatori, ostacolano questo percorso. “Non è possibile – spiega Barberi – che sul piano amministrativo un’azienda debba aspettare quattro o cinque anni prima di poter sbloccare un investimento. Sono tempi che mettono imprese e progetti fuori mercato”. E a proposito di mercato, resta il nodo degli strumenti necessari a stimolare la domanda di materiali riciclati per i settori nei quali il tasso di circolarità resta ancora basso. “Servono i decreti ‘end of waste’ – dice Barberi – alcuni dei quali allo studio del MiTE da più di cinque anni, servono anche i decreti con i criteri ambientali minimi per i prodotti contenenti materia riciclata. L’economia è circolare solo se la materia recuperata dai rifiuti trova una sua collocazione sul mercato”. Una leva, in questo senso, potrebbe venire dall’adozione della nuova Strategia nazionale sull’economia circolare, che il PNRR inserisce tra le riforme settoriali che il Ministero della Transizione Ecologica dovrà adottare entro il 30 giugno e della quale, per ora, esistono solo le linee guida. “Speriamo che il Ministero lavori con maggior lena – aggiunge il presidente di Unicircular – visto che siamo alla seconda riorganizzazione interna nell’arco dell’ultimo anno. L’impressione – dice – è che il lavoro preponderante per il MiTe sia ormai quello di riorganizzare se stesso”.

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