Rifiuti da costruzione e demolizione, pubblicato il decreto end of waste

Definiti i criteri per la cessazione della qualifica di rifiuto per gli scarti delle costruzioni e delle demolizioni. I produttori di aggregati riciclati avranno 180 giorni di tempo per adeguarsi alla nuova disciplina. L’allarme delle imprese: “Rischio chiusura”. Il Ministero: “Sei mesi per valutare una eventuale revisione”

È stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale il decreto del Ministero della Transizione Ecologica con i criteri ‘end of waste’ per i rifiuti da costruzione e demolizione, il regolamento che stabilisce quando questi, a seguito di opportuno trattamento, possano perdere lo status giuridico di rifiuto ed essere, si legge nel testo, “qualificati come aggregato recuperato”, ovvero un prodotto a tutti gli effetti, pronto per essere utilizzato come nuova materia prima nel campo dell’edilizia e delle infrastrutture. Il decreto è stato firmato dal ministro Roberto Cingolani lo scorso 15 luglio, con un paio di settimane di ritardo rispetto alla scadenza del 30 giugno fissata dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, per il quale l’approvazione del regolamento rappresentava una delle ‘milestone’ da raggiungere entro la prima metà dell’anno.

Si tratta del sesto decreto nazionale ‘end of waste’ dopo quelli su CSS, fresato d’asfalto, prodotti assorbenti per la persona, pneumatici fuori uso, carta e cartone. Le regole contenute nel nuovo decreto, che si compone di otto articoli e tre allegati, si applicheranno al termine del periodo transitorio di 180 giorni concesso ai produttori di aggregati riciclati per effettuare l’aggiornamento della comunicazione di avvio a recupero in forma semplificata o per presentare istanza di aggiornamento dell’autorizzazione ordinaria. Sei mesi di tempo a partire dalla data di entrata in vigore – fissata al prossimo 4 novembre – entro i quali i produttori che non l’abbiano già fatto dovranno, tra l’altro, adottare un sistema di gestione della qualità secondo norma UNI EN ISO 9001 certificato da un’organizzazione accreditata. Nelle more dell’adeguamento, chiarisce il decreto, “i materiali già prodotti alla data di entrata in vigore del presente regolamento nonché quelli che risultano in esito alle procedure di recupero già autorizzate possono essere utilizzati“.

Quella degli aggregati riciclati, ovvero le frazioni inerti prodotte dalle operazioni di riciclo, è una famiglia vastissima, che va dai laterizi ai calcestruzzi, passando per le sabbie. Quando utilizzati in sostituzione di risorse vergini, alle quali, se riciclati bene, equivalgono tanto dal punto di vista qualitativo che prestazionale, possono contribuire a ridurne drasticamente il prelievo in natura, vale a dire lo sbancamento degli alvei fluviali o lo sventramento delle montagne. Le potenzialità del decreto, a lungo atteso dagli operatori di settore, stanno tutte nei numeri. I rifiuti da costruzione e demolizione rappresentano infatti il principale flusso di scarti generato a livello nazionale. Secondo l’ultimo rapporto Ispra, nel solo 2020, l’anno più duro della pandemia, l’Italia ne ha prodotte quasi 65 milioni di tonnellate, pari al 48% di tutti i rifiuti generati nello stesso anno dalle attività industriali, manifatturiere e commerciali, con un tasso di riciclo che sfiora il 78%.

Un tasso di riciclo elevatissimo al quale, però, non corrisponde un livello altrettanto elevato in termini di qualità delle applicazioni. Gli aggregati riciclati, sebbene generati in quantità enormi (circa 40 milioni di tonnellate l’anno) vengono infatti “generalmente utilizzati in rilevati e sottofondi stradali” spiega Ispra. E il problema non è solo italiano, visto che secondo un dossier dell’Agenzia europea dell’ambiente su circa 400 milioni di tonnellate di rifiuti da costruzione e demolizione generate in Europa nel 2016 una media dell’89% era stata avviata a recupero quasi esclusivamente in forma di riempimento. Eppure, dice la stessa Agenzia, spingendo ad esempio l’utilizzo di aggregati riciclati nella produzione delle malte si potrebbe ridurre l’impatto ambientale di una filiera ad altissima impronta di carbonio come quella del cemento. Uno degli obiettivi del decreto è proprio quello di promuovere e certificare il riciclo di qualità (per questo gli addetti ai lavori parlano dei decreti end of waste come della ‘veste giuridica del riciclo’) nella speranza che questo possa contribuire a vincere la diffidenza degli operatori dell’edilizia. Cosa che, unita ai bassi prezzi degli inerti naturali, rappresenta uno dei principali ostacoli allo sviluppo di applicazioni di qualità.

La versione definitiva del testo, che ha avuto una lunghissima gestazione, è stata però duramente criticata dagli operatori delle demolizioni e del riciclo. In una lettera congiunta inviata ai ministri Cingolani, Giorgetti e Giovannini, le associazioni ANEPLA, NADECO e ANPAR parlano di un regolamento che “sancirà la fine delle attività che consentono ogni anno di riciclare circa 40 milioni di tonnellate di questi rifiuti”. Secondo le sigle, tanto “i criteri dei controlli da effettuare sui prodotti delle lavorazioni”, ovvero gli aggregati riciclati, quanto “i limiti di concentrazione” per sostanze come IPA e cromo esavalente “rischiano di bloccare non solo la filiera del riciclo, ma anche quella delle costruzioni, da cui provengono i rifiuti in questione e a cui sono in parte destinati gli aggregati da recupero”. Il rischio, dicono, è che al termine del periodo transitorio, quindi a maggio del 2023, gli impianti siano costretti a interrompere le proprie attività. Conseguenze dirette, scrivono le associazioni, sarebbero il crollo del tasso di riciclo “intorno al 10-15%”, la chiusura di circa 1800 impianti e il conseguente avvio a discarica dei rifiuti che attualmente vengono riciclati, se non addirittura il loro abbandono sul territorio.

Il Ministero della Transizione Ecologica, che dal canto suo non condivide le preoccupazioni degli operatori, ha scelto comunque di “tenere conto, ove necessario, delle evidenze emerse in fase applicativa”, si legge nel decreto, prevedendo una vera e propria clausola di riesame, in virtù della quale al termine del periodo transitorio di 180 giorni e “acquisiti i dati di monitoraggio relativi all’attuazione delle disposizioni stabilite dal medesimo” sarà valutata “l’opportunità di una revisione dei criteri per la cessazione della qualifica di rifiuto”. Già nelle scorse settimane, su richiesta del Ministero, l’associazione dei produttori di aggregati riciclati, ANPAR, aveva inviato alla Commissione Europea e allo stesso dicastero un dossier tecnico con i risultati di una serie di analisi condotte sugli aggregati prodotti dalle imprese associate. I dati dovranno ora essere sottoposti ad approfondimento da parte di Ispra e dell’Istituto Superiore di Sanità, per decidere se mettere mano oppure no a una eventuale correzione del regolamento. La richiesta dei riciclatori, secondo cui solo il 20% dei campioni analizzati sarebbe reimpiegabile nel rispetto dei parametri del decreto, è quella di modificare la tabella con i valori limite di concentrazione per le analisi da condurre sugli aggregati, modulandola sulla base dell’utilizzo finale dei materiali recuperati.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *