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Rifiuti elettrici, Ue avverte: «Italia rischia procedura d’infrazione»

«Personalmente non sono molto favorevole alle procedure d’infrazione, ma nel caso di un obbligo non rispettato nel corso degli anni la Commissione europea è costretta a ricordare agli Stati membri il rispetto della normativa comunitaria».  Lo ha dichiarato Mattia Pellegrini, membro della Direzione generale ambiente della Commissione Ue commentando i dati sulla raccolta e gestione dei rifiuti elettrici ed elettronici in Italia presentati questa mattina dal Centro di Coordinamento Raee, che vedono l’Italia allontanarsi dagli obiettivi vincolanti fissati dalle direttive europee. Se nel 2018 infatti l’Italia era riuscita a raggiungere il 42,84%, a un passo cioè dal target Ue del 45%, nel 2019, dice il CdC, la raccolta perde più di 3 punti, scivolando al 39,53%. Come se non bastasse, proprio a partire dal 2019 l’obiettivo europeo è passato dal 45 al 65%, cosa che al momento lo pone decisamente fuori dalla portata dell’Italia. Da qui l’avvertimento di Pellegrini: «l’Italia è abbastanza lontana dal target – ha detto – e sapete bene che nel passato il mancato rispetto degli obiettivi vincolanti ha portato la Commissione all’apertura di procedure d’infrazione».

Ma cosa è successo? È successo che proprio a cavallo tra 2018 e 2019 il mondo dei rifiuti tecnologici è stato rivoluzionato dall’entrata in vigore del cosiddetto “open scope”, ovvero un ampliamento del ventaglio delle apparecchiature elettriche ed elettroniche che, una volta giunte a fine vita, sono da considerarsi a tutti gli effetti dei Raee. «Parliamo di un aumento dell’immesso a consumo del 40% nel solo 2018 – dice il direttore generale del CdC Raee Fabrizio Longoni – che ha comportato un allontanamento dai target Ue del tasso di ritorno rispetto alla raccolta». Già perchè i tassi di ritorno vengono calcolati rapportando quanto raccolto in una anno alla media delle apparecchiature immesse a consumo nei 3 anni precedenti. E visto che all’aumento dell’immesso causa “open scope” del 50% non ha fatto seguito un pari incremento della raccolta, cresciuta nel 2019 solo (si fa per dire) del 10%, ecco spiegato il passo indietro rispetto all’Ue. Ma c’è di più, perchè le cose potrebbero mettersi addirittura peggio nel 2020, visto che i primi dati diffusi dal CdC sull’anno ancora in corso sottolineano nei mesi del lockdown, quindi marzo e aprile, un calo della raccolta rispettivamente di 6mila 600 e 14mila 200 tonnellate.

L’Italia insomma dovrà sudare, e non poco, per colmare il gap con i target Ue e scongiurare così il rischio di una procedura d’infrazione. L’Ue, nel frattempo, garantisce che non se ne resterà a guardare. «Penso che l’Europa stia dando al Paese una mano enorme – ha osservato Mattia Pellegrini – perchè con il Recovery Plan e il fondo Next Generation EU l’Italia diventa per la prima volta beneficiario netto, e riceverà molti più soldi di quanti non ne immetta nel sistema europeo. E va sottolineato che, come parte integrante del Recovery Plan, gli investimenti ambientali insieme a quelli digitali vengono considerati come investimenti prioritari da contemplare nei piani nazionali che dovranno essere presentati a ottobre da parte degli Stati membri. L’Italia adesso non ha più scuse».

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