Rifiuti, Ispra: “Inceneritori non disincentivano la differenziata”

La raccolta differenziata in Italia cresce a un ritmo di gran lunga superiore rispetto all’incenerimento, che secondo Ispra “non costituisce un disincentivo”. A preoccupare, semmai, è il riciclo. Che invece da due anni è fermo al 48%.

Le immagini delle strade di Roma invase dai rifiuti nei giorni delle festività natalizie e gli echi delle polemiche sul nuovo inceneritore voluto dal sindaco Roberto Gualtieri, già al centro del dibattito tra i principali candidati alle regionali del prossimo 12 e 13 febbraio, sono tornati ad accendere l’eterna querelle sulla compatibilità o meno tra gli impianti di incenerimento dei rifiuti e la raccolta differenziata finalizzata al riciclo. A fare un po’ di chiarezza ci ha pensato l’Ispra, l’istituto di ricerca del Ministero dell’Ambiente, che nell’ultima edizione del rapporto sui rifiuti urbani, pubblicata solo qualche giorno fa, sottolinea dati alla mano come nel nostro Paese “il ricorso all’incenerimento non costituisca un disincentivo all’aumento della raccolta differenziata, che comunque negli anni ha continuato ad aumentare”.

La valutazione di Ispra (che tra i vari compiti ha anche quello di certificare e comunicare all’UE i dati sulle performance nazionali di riciclo) prende le mosse dal confronto tra i dati sulla produzione e quelli sulla gestione dei rifiuti urbani negli ultimi cinque anni. Stando al rapporto, tra 2017 e 2021, la prima è rimasta sostanzialmente stabile, intorno ai 30 milioni di tonnellate (con un minimo di 28,9 nel 2020, l’anno più duro della pandemia), mentre la raccolta differenziata è andata invece crescendo, passando dal 55,5% al 64%, da 16,4 a 18,9 milioni di tonnellate. Un aumento di due milioni e mezzo di tonnellate, di gran lunga superiore a quello dell’incenerimento, che nel 2021 ha interessato il 18% dei rifiuti urbani prodotti e che a sua volta è cresciuto, ma solo di 200mila tonnellate, passando tra 2017 e 2021 da 5,2 a 5,4 milioni. Il tutto alla luce di una riduzione dei conferimenti in discarica di 1,3 milioni di tonnellate.

Riassumendo, i numeri dicono che a parità di rifiuti prodotti ne raccogliamo sempre di più in maniera differenziata e ne smaltiamo sempre meno in discarica, mentre quelli inceneriti restano sostanzialmente gli stessi. Il problema, semmai, è che a restare gli stessi sono anche i rifiuti differenziati che dopo la selezione meccanica vengono effettivamente avviati a riciclo. Secondo Ispra infatti, pur passando in cinque anni dal 44,5 al 48,1%, negli ultimi due anni il tasso di recupero di materia è rimasto sostanzialmente stabile e anzi nel 2021 è addirittura calato dello 0,3%. Una contrazione, va precisato, che è anche effetto del nuovo e più severo metodo di calcolo europeo, ma che a ogni modo, sottolinea Ispra, “conferma, negli ultimi anni, un progressivo allargamento della forbice tra la percentuale di raccolta differenziata e i tassi di riciclaggio”.

La differenziata da sola, dicono insomma i numeri, non basta a garantire che tutto quello che viene raccolto in maniera separata nei bidoni delle varie frazioni venga poi effettivamente riciclato. “È necessario garantire che i quantitativi raccolti si caratterizzino anche per un’elevata qualità – spiega Ispra – al fine di consentirne l’effettivo riciclo”. Anche perché all’orizzonte c’è l’appuntamento con i target vincolanti dell’UE: entro il 2025 dovremo essere capaci di riciclare il 55% dei rifiuti urbani, passando al 65% nel 2035 ed entro lo stesso anno dimezzando i quantitativi avviati a discarica, che non dovranno superare il 10%. Obiettivi che difficilmente riusciremo a centrare, se a spingere la raccolta differenziata saranno solo l’urgenza di togliere i rifiuti dalle strade o la volontà di fabbricare percentuali record da sbandierare in conferenze stampa e tribune elettorali.

A questo punto, però, i conti potrebbero non tornare. Se i rifiuti prodotti restano gli stessi, la differenziata aumenta ma il riciclo no, dove finisce tutto quello che viene raccolto in maniera separata ma poi non viene effettivamente riciclato, visto che il recupero energetico di fatto non cresce e anzi diminuisce lo smaltimento in discarica? Semplice: finisce a ingrossare le quote di rifiuti di origine urbana che spediamo all’estero, che negli ultimi cinque anni sono quasi raddoppiate, passando dalle 355mila tonnellate del 2017 alle 659mila del 2021, con un aumento del 46%. Rifiuti composti per la maggior parte, spiega Ispra, dagli scarti del trattamento meccanico dei rifiuti, compresi quelli da raccolta differenziata (30%), e da combustibile solido secondario (24%), che a sua volta può contenere elevate percentuali di sovvalli dei processi di selezione delle differenziate, soprattutto carta e plastica. Lontano dagli occhi, lontano dal cuore.

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