Terreni più produttivi, con costi minori e zero CO2: così il compost può salvare la nostra agricoltura

L’Italia produce ogni anno più di due milioni di tonnellate di fertilizzante organico da riciclo. Grazie al compost, dicono i ricercatori, aumenta la produttività delle colture orticole, si tagliano le emissioni e ci si affranca dalla dipendenza dai fertilizzanti di sintesi. Ma serve una nuova strategia di comunicazione per superare paure e pregiudizi. Se n’è discusso a Napoli in una tavola rotonda promossa da Castaldo High Tech Spa con la media partnership di Ricicla.tv

Un alleato nella lotta alle emissioni in atmosfera e all‘impoverimento dei suoli. Ma anche un argine al caro fertilizzanti che, dallo scoppio del conflitto in Ucraina, sta pesando sui bilanci delle aziende del settore agroalimentare. Il compost, fertilizzante naturale ricavato dal riciclo dei rifiuti organici da raccolta differenziata, può essere un alleato prezioso per vincere le sfide ambientali ed economiche del presente, ma serve diffondere la conoscenza dei suoi molteplici benefici per superare paure e pregiudizi che ancora ne ostacolano il ritorno alla terra. È l’appello lanciato dal mondo della ricerca e delle imprese di settore in occasione della tavola rotonda promossa da Castaldo High Tech Spa con la media partnership di Ricicla.tv. “L’Italia è campione mondiale di riciclo dell’organico – spiega Massimo Centemero, direttore generale del Consorzio Italiano Compostatori – sono 52 i milioni di abitanti che fanno la raccolta differenziata dell’umido. Raccolta che a sua volta alimenta un’industria capace oggi di produrre oltre due milioni di tonnellate l’anno di fertilizzante naturale, indispensabile per riportare sostanza organica nel suolo”. Ovvero carbonio, azoto, ma anche fosforo, potassio e altri microelementi chiave per garantire la fertilità dei suoli agricoli. Elementi che nel compost abbondano e che nei nostri terreni, minacciati dall’inaridimento, stanno rapidamente esaurendosi.

“Apportando le giuste quantità di compost sui terreni agricoli – ha spiegato Luigi Morra, agronomo e primo ricercatore del CREA, centro di ricerca cerealicoltura e colture industriali – possiamo innescare un miglioramento del sistema biologico che vive nel suolo tale da ‘nutrire’ e sostenere le colture. Lo abbiamo visto con le colture orticole, che sono molto esigenti da un punto di vista nutrizionale” ha chiarito Morra, che con il CREA tra 2007 e 2013, sui terreni di un’azienda agricola sperimentale di Scafati, in provincia di Salerno, ha comparato gli effetti del fertilizzante organico con quelli generati dai tradizionali fertilizzanti sintetici su colture di melanzane, pomodori e meloni. E, d’inverno, su scarole, cipolle o finocchi. I risultati hanno dimostrato come la concimazione con il compost fosse in grado di aumentare la quantità di carbonio organico nel suolo garantendo un incremento sensibile della produttività dei terreni, che nel periodo della sperimentazione si è mantenuta quasi sempre al di sopra della resa dei fertilizzanti sintetici. “Abbiamo dimostrato la possibilità di produrre in totale autonomia dall’apporto di concimi minerali – ha aggiunto – il compost ci dà la possibilità di riscrivere il paradigma dell’agronomia, che dalla ‘rivoluzione verde’ degli anni ’60 ad oggi si è basata quasi esclusivamente sull’utilizzo di fertilizzanti sintetici”.

Con benefici anche sul fronte della lotta al cambiamento climatico. “Per sintetizzare una tonnellata di azoto a livello industriale si generano sette tonnellate di CO2 – ha spiegato Massimo Fagnano, professore di agraria all’Università degli Studi di Napoli Federico II – oltre a ridurre in maniera clamorosa questo impatto il compost ci consente di stoccare carbonio nel suolo, evitando che anche questo venga disperso in atmosfera”. Secondo un studio del CIC, una singola tonnellata di compost può sequestrare tra 78 e 130 kg di CO2 equivalente. Le due milioni di tonnellate generate dal sistema italiano e restituite ogni anno alla terra ne catturano circa 211mila tonnellate. Ma c’è anche un altro fronte, quello del caro fertilizzanti, apertosi in maniera drammatica con lo scoppio del conflitto tra Russia e Ucraina, due dei principali fornitori di concimi di sintesi per il mercato europeo. “Quella che ieri era un’opzione, ovvero l’utilizzo del compost in agricoltura, oggi è diventata una scelta obbligata per garantire la sopravvivenza delle aziende agricole – ha aggiunto Fagnano – travolte dall’aumento del prezzo dei concimi azotati, cresciuti anche del 400% rispetto allo scorso anno. Una tempesta perfetta che sta facendo fallire migliaia di imprese. Creando nuova disoccupazione in un Sud che è già fanalino di coda in Europa. L’uso del compost non è più soltanto un tema ambientale – ha sottolineato – ma anche sociale. Come dico sempre ai miei studenti dobbiamo cancellare la parola rifiuto dal nostro vocabolario e parlare solo ed esclusivamente di risorsa”.

Ancora troppe le paure e i pregiudizi che ruotano intorno al compost e, più in generale, alle attività industriali di riciclo. Pregiudizi che a loro volta si traducono in una maggiore difficoltà nell’accesso al credito per le imprese che intendono investire nella costruzione o nell’ammodernamento degli impianti. “I luoghi comuni e la scarsa conoscenza delle tecniche e tecnologie adottate dal settore rappresentano un ostacolo nell’accesso ai finanziamenti – ha confermato Alberto Fornaro, responsabile di MPS Leasing Factoring Spa per l’area Sud e Sicilia – nel recente passato il sistema del credito ha spesso manifestato atteggiamenti di chiusura totale nei confronti del tema rifiuti ed economia circolare. Le cose però sono destinate a cambiare con l’avvento della tassonomia europea ma soprattutto dopo le determinazioni della BCE, che ha introdotto e resa obbligatoria a partire dal primo gennaio di quest’anno la valutazione dei parametri ‘ESG’ nella cornice della valutazione complessiva dei parametri di credito”.

E se l’Europa sta riscrivendo le regole della finanza per agevolare gli investimenti in sviluppo sostenibile, l’Italia è chiamata oggi a riscrivere quelle della comunicazione. Serve una nuova narrazione, capace di superare pregiudizi e falsi miti e fare leva sul dato scientifico per ricucire il rapporto di fiducia tra imprese, cittadini e pubbliche amministrazioni. “Serve formare di più e meglio i tecnici agricoli rispetto alla bontà del nostro materiale in termini di apporto agronomico e di contributo alla decarbonizzazione – ha detto il direttore generale del CIC Massimo Centemero – ma dobbiamo anche pensare ad altri utilizzi. La pubblica amministrazione, ad esempio, dovrebbe contribuire a promuovere l’utilizzo della sostanza organica di riciclo anche nel settore delle opere pubbliche, come la cura delle aree verdi ai margini delle infrastrutture, siano esse stradali o ferroviarie”.

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