Dpcm inceneritori, Velo: «Regioni restano autorità competenti»

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Giovanni Paone
19/04/2016

Portare sotto la soglia del 10% i conferimenti in discarica e ottimizzare lo sfruttamento della rete impiantistica nazionale di incenerimento, che non va visto assolutamente come contrapposto alle politiche di incentivazione della raccolta differenziata e dell’avvio a riciclo. Questi gli obiettivi dell’emanando dpcm attuativo dell’articolo 35 dello Sblocca Italia, attualmente oggetto della procedura di verifica di assoggettabilità a Vas, nella lettura data oggi nell’aula di Montecitorio dalla sottosegretario del Ministero dell’Ambiente, Silvia Velo, in risposta ad una serie di interrogazioni e interpellanze (alcune risalenti a diversi mesi fa) in materia. L’ok allo schema di decreto, infatti, è arrivato ad inizio febbraio in sede di conferenza permanente Stato-Regioni, dopo un’aspra trattativa tra il Governo centrale ed i rappresentanti degli enti locali.

Per la sottosegretaria il dpcm, che «ha tenuto conto di ogni singola pianificazione regionale vigente», rappresenta la «concreta attuazione della normativa europea in tema di gestione dei rifiuti». Velo ha poi ricordato che il ruolo delle Regioni «non viene scavalcato ma orientato» dal Governo in quanto «le amministrazioni territoriali sono le autorità competenti anche per rilasciare le autorizzazioni» relative agli impianti di incenerimento, così come stabilito nei princìpi dallo Sblocca Italia.

Una posizione chiara sin da quando nello schema finale è stato introdotto il principio di aggiornamento periodico del fabbisogno individuato già a valle degli obiettivi programmatici di riduzione della produzione di rifiuti. Un aggiornamento annuale che tenga conto anche dei piani di smaltimento regionali che, con l’introduzione di un comma all’articolo 6 dello schema di decreto, permetteranno alle varie Regioni “entro il 31 dicembre di ogni anno” di presentare al Ministero dell’Ambiente una richiesta per aggiornare il fabbisogno residuo regionale di incenerimento dei rifiuti urbani e assimilati in presenza di “variazioni documentate” riconducibili anche a possibili accordi interregionali.

È da leggersi probabilmente anche sotto questa luce la dichiarazione di parziale soddisfazione espressa da uno degli onorevoli interroganti, Piergiorgio Carrescia, che non condivide due aspetti del decreto. Da una parte viene criticata la sottrazione del CSS dai quantitativi atti a determinare il fabbisogno impiantistico solo per quelle regioni che già hanno in essere degli accordi per il conferimento, pur andando questi rifiuti a classificarsi nella categoria degli speciali (e cioè la cui gestione non è soggetta a vincoli di prossimità). In secondo luogo la critica viene mossa a fronte dell’atto di indirizzo di natura nazionale dell’articolo, e che però successivamente sottopone gli stessi impianti a delle valutazioni di impatto ambientale su base territoriale. Una scelta considerata «poco convincente».

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