Rifiuti urbani, nel 2024 il comparto italiano ha generato 15,7 miliardi di valore

di Redazione Ricicla.tv 27/11/2025

Cresce il valore della produzione generato dai principali operatori del waste management italiano. Nel 2024 il settore degli urbani ha toccato quota 15,7 miliardi di euro, mentre quello degli speciali si è attestato a 5,6 miliardi. Lo rileva l’ultimo rapporto WAS di Althesys, fotografia di un settore che cresce ma resta frammentato ed eterogeneo


Nonostante uno scenario ancora frammentato, caratterizzato da tanti operatori piccoli e medi e dalla variabilità delle scelte territoriali di pianificazione, l’industria italiana del waste management cresce, innova e si consolida. Cresce il valore generato dalle aziende italiane di gestione dei rifiuti, sia urbani che speciali, crescono anche gli investimenti, soprattutto in nuovi impianti, sebbene a fare da traino siano sempre le regioni del Nord e il dinamismo dei grandi gruppi industriali. È la fotografia scattata dal nuovo WAS Report di Althesys, stando al quale nel 2024 i maggiori 223 player attivi nella gestione dei rifiuti urbani hanno generato un valore della produzione aggregato di 15,7 miliardi di euro (+5% sul 2023), e un EBITDA di 2,3 miliardi di euro (+9%).

Secondo Althesys, anche se il settore degli urbani resta caratterizzato dalla presenza di numerose aziende di piccole e medie dimensioni, sono le grandi multiutility, e in particolare le quotate, ad aver generato più di un terzo (il 36%) del valore complessivo, corrispondente a circa 4,6 miliardi di euro. Risultato che hanno conseguito servendo 1.043 Comuni, 11,1 milioni di abitanti e gestendo 8,1 milioni di tonnellate di rifiuti urbani. Sono sempre le grandi multiutility a far registrare i migliori risultati in termini di marginalità industriale, passata a livello nazionale dal 14,5% nel 2023 al 15,2% nel 2024, con punte del 22,4% proprio tra i grandi player multibusiness, a conferma dei vantaggi determinati dalle economie di scala. Gli investimenti effettuati dalle Top 123 raggiugono gli 1,15 miliardi di euro nel 2024, in crescita del 7,6% rispetto all’anno precedente, quando erano intorno agli 1,1 miliardi di euro. A livello territoriale il Nord si conferma l’area più interessata, con oltre il 70%, mentre il Centro sale al 20% e il Sud, cala, passando dal 6,8% al 4%.

Il focus sulle 100 principali aziende che operano nella selezione e valorizzazione dei rifiuti rileva, per il 2024, un valore della produzione stabile a 3,1 miliardi di euro, 1,4 dei quali generato dai primi 15 player di comparto. Anche se il 54% degli operatori è collocato a nord, è nelle regioni del centro e del sud, dove la concorrenza è minore e i costi di trattamento sensibilmente più elevati, che si registra la redditività media superiore, circa il 16% contro il 14% italiano.

Più frammentato lo scenario sul fronte dei rifiuti speciali, con il valore della produzione generato dai principali 70 operatori cresciuto passando da 4,8 miliardi di euro nel 2023 a 5,6 miliardi di euro nel 2025 (+17%). L’industria, rileva Althesys, resta composta per lo più da piccoli e medi operatori, che cubano circa il 30% del valore della produzione, anche se le prime 15 aziende hanno generato oltre 4 miliardi di euro di valore, corrispondenti al 73% del totale, e i tre principali gruppi multiutility, da soli, contano per il 44% del valore complessivo, pari a 2,5 miliardi di euro. A livello territoriale resta la forte concentrazione nel nord Italia, con 39 imprese che incidono per il 56% del totale, seguito da sud e isole con il 24% (17 società) e dalle aree centrali con il 20% (14 aziende). Gli investimenti complessivi del comparto ammontano a circa 266 milioni di euro, in aumento del 26% rispetto al 2023, di cui il 49% del totale (circa 131 milioni di euro) realizzato dai grandi gruppi multibusiness.

Tornando ai rifiuti urbani, sono i piani regionali di gestione a tracciare il perimetro entro il quale dovranno essere messi a terra gli investimenti pubblici e privati necessari a traguardare gli obiettivi europei e nazionali. Diversi piani, osserva infatti Althesys, segnalano la necessità di misure correttive per spingere la raccolta differenziata verso l’obiettivo del 65% (già conseguito da sette Regioni e dalle due Province Autonome) e per centrare il tetto massimo di smaltimento in discarica al 10% entro il 2035 (raggiunto solo da quattro Regioni, di cui tre al nord). Tra le principali cause del ritardo la frammentazione della governance e degli affidamenti, la complessità dei grandi centri urbani e delle città metropolitane, ma anche le immancabili opposizioni alla realizzazione di nuovi impianti. Su quest’ultimo fronte, spiega Althesys, stando all’esame dei piani regionali otto Regioni avrebbero in cantiere nuove strutture per il recupero dei rifiuti organici, sette puntano a incrementare la produzione di CSS e tre ad aumentare la capacità di incenerimento. Poche, se paragonate alle undici Regioni che invece hanno in programma di ampliare la propria capacità di smaltimento in discarica.

Un processo, quello di sostituzione dello smaltimento in discarica con il recupero energetico delle frazioni non riciclabili, sul quale pende l’incognita del nuovo meccanismo di scambio delle quote di emissione ETS. Entro luglio del prossimo anno, infatti, la Commissione europea dovrà valutare costi e benefici dell’eventuale estensione, a partire dal 2028, anche agli impianti di incenerimento con potenza termica nominale superiore ai 20 MW. Serve una riflessione attenta, spiega Althesys, per evitare contraccolpi economici e ambientali su cittadini e sistemi territoriali di gestione. Il costo della CO2, si legge nel rapporto, potrebbe comportare aumenti della tariffa di conferimento agli impianti compresi tra 30 e 45 euro la tonnellata, rendendo più conveniente la discarica o lo smaltimento all’estero “senza benefici ambientali molto consistenti”, osserva il think thank. Complessivamente, calcola Althesys, l’applicazione del sistema potrebbe costare agli operatori 187,1 milioni di euro in più, che nel caso in cui tutti gli interventi previsti dai piani regionali venissero completati, insieme all’entrata in funzione del termovalorizzatore di Roma, potrebbero salire a 242,6 milioni di euro.

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