Dopo cinque gare e diverse rimodulazioni del PNRR, restano risorse per nuovi progetti per il biometano da scarti agricoli e rifiuti. Ma il tempo stringe e servono certezze, dice il GSE
“Una sesta procedura competitiva è subordinata a una diversa considerazione della data del 30 giugno 2026”, ha detto il presidente del GSE (Gestore dei Servizi Energetici), Paolo Arrigoni, nel corso dell’assemblea di Assocarta organizzata a Roma. Ma facciamo un passo indietro.
Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza stanziava, all’inizio, 1,7 miliardi di euro per incentivare la produzione di biometano. Il GSE, soggetto attuatore della misura, ha portato a termine cinque procedure competitive per l’assegnazione delle risorse. L’obiettivo concordato con l’Ue è quello dei 2,3 miliardi di metri cubi l’anno di nuova capacità produttiva di metano verde da scarti agricoli e rifiuti organici da raggiungere entro il 30 giugno 2026.
Al termine delle gare previste, l’obiettivo quantitativo è stato quasi centrato (mancherebbero circa 150 milioni di metri cubi all’anno per considerarlo raggiunto a tutti gli effetti), ma a costo di esaurire le risorse disponibili. La grande partecipazione all’ultima asta – unita all’inflazione, aveva infatti lasciato circa 150 soggetti risultati idonei nell’ultima graduatoria senza la parte più ambita dell’incentivo, ovvero il contributo del 40% in conto capitale.
Un’impasse sbloccata con l’ultima rimodulazione del Pnrr, e il via libera dell’Europa allo spostamento di 640 milioni da una misura dedicata all’idrogeno alla produzione, per l’appunto, di biometano. Ora tutti gli idonei possono aver accesso anche al contributo in conto capitale. Resta però un “gruzzoletto”, come lo ha definito Arrigoni, che potrebbe essere destinato a una sesta gara. Il problema a questo punto è un altro. La scadenza perentoria del 30 giugno 2026, data entro la quale gli impianti debbono essere completati pena la perdita dell’accesso al contributo in conto capitale.
Proprio per questo, Paolo Arrigoni alla tavola rotonda organizzata da Assocarta ha aggiunto che: “Se la data resta quella, nessuno parteciperà a una sesta gara, oppure potrebbe esserci il rischio che qualcuno che ha partecipato alla quinta procedura si sfili” passando alla sesta (cosa già avvenuta nelle precedenti gare, in un primo momento per approfittare dello scudo ‘anti inflazione’, attivato tra seconda e terza asta, e poi per disinnescare la clausola di ‘decalage’ che prevede riduzioni progressive dell’incentivo per i progetti che non siano entrati in funzione entro un preciso termine dall’ingresso nelle graduatorie).
Sembrerebbe, però, che qualcosa sul Pnrr possa ancora arrivare: “Così come è stato fatto in altri investimenti del Pnrr ci saranno novità a riguardo”, ha detto Arrigoni, lasciando probabilmente intendere che il tema biometano potrebbe tenere banco anche nelle trattative con Bruxelles per la sesta e ultima rimodulazione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza.
Intanto, però, si volge lo sguardo anche al futuro, in chiave post 2026. “Come GSE stiamo supportando con il Ministero dell’Ambiente un inizio di ragionamento su una misura di sostegno per il dopo Pnrr. Grazie al Recovery e al DM 2018 ci avviciniamo a 3 miliardi di metri cubi di produzione all’anno, ma entro il 2030 il target è fissato a 5 miliardi. Servirà, dunque, mettere in campo una misura che dia una visione prospettica alla filiera” ha concluso il presidente del Gestore dei Servizi Energetici. L’idea è quella di un meccanismo che coniughi il supporto alla produzione di biometano “con il sostegno alla domanda da parte dei settori ‘hard to abate'”, ha spiegato il capo dipartimento per l’energia del MASE Federico Boschi. “Ci stiamo lavorando, purtroppo nei ritagli di tempo”, ha ammesso. Prima di lanciare la ‘biometano release’ c’è da sbloccare ‘Energy Release 2.0’, tuttora al centro delle interlocuzioni con l’Ue.


