Riciclo della plastica, Fontana: “Serve una risposta europea”

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Luigi Palumbo
20/07/2026

Nel 2025 l’Italia ha superato il target europeo di riciclo degli imballaggi in plastica, ma il risultato convive con una crisi sempre più profonda della filiera. Il calo della domanda, i costi elevati e la concorrenza dei materiali extra-UE stanno mettendo sotto pressione impianti e raccolte. Per Simona Fontana, direttore generale di Conai, servono misure europee su domanda, prezzo del riciclato e capacità impiantistica


“La bacchetta magica purtroppo non ce l’ha nessuno”. Ma se una soluzione va trovata, “dev’essere necessariamente di carattere europeo” e dovrà passare per almeno tre direttrici: rilancio della domanda di materiale riciclato, riduzione del divario di prezzo rispetto alla materia vergine e rafforzamento della capacità impiantistica europea. Commentando a Ricicla.tv i dati sulla gestione dei rifiuti da imballaggio in Italia, Simona Fontana, direttore generale di Conai, sintetizza così le possibili vie d’uscita dalla crisi del riciclo delle plastiche che sta mettendo sotto pressione anche il sistema italiano di raccolta, selezione e recupero del packaging a fine vita.

Stando all’ultima relazione sulla gestione del sistema consortile, nel 2025 l’Italia ha riciclato il 77,3% degli imballaggi immessi al consumo, superando il target Ue complessivo fissato per il 2030 e confermando la solidità di un modello tra i più performanti in Europa. Anche il 50,5% del packaging polimerico immesso al consumo è tornato a nuova vita, superando per la prima volta, seppure di appena mezzo punto, l’obiettivo europeo fissato per al 2025. Il risultato, tuttavia, lascia poco spazio all’ottimismo.

Proprio mentre tagliava il traguardo, infatti, la filiera nazionale stava entrando nella fase più difficile della sua storia recente, segnata dalla contrazione della domanda di materia prima seconda, dalla perdita di competitività del riciclato europeo e dalla crescente difficoltà degli impianti a trovare sbocchi. “È un tema che si è palesato in maniera importante sul finire del 2025 e che sta contraddistinguendo questo primo semestre 2026”, spiega Fontana a Ricicla.tv. Mentre la differenziata continua ad alimentare il sistema, il mercato fatica ad assorbire i materiali selezionati. Gli impianti incontrano difficoltà nel trovare destinazioni per i flussi in uscita e la pressione si sta già trasferendo sulla gestione dei rifiuti urbani e sulle raccolte.

Se gli impianti di primo conferimento e selezione dei rifiuti raggiungono il limite quantitativo fissato nelle autorizzazioni e nei protocolli antincendio, sono costretti a fermarsi. Con le temperature estreme di questa estate, e alla luce dell’infiammabilità dei rifiuti di plastica stoccati, le difficoltà operative hanno raggiunto il livello di massima allerta. “L’estate è sempre un periodo piuttosto delicato – dice Fontana – e quest’anno lo sarà ancora di più. Ecco perché abbiamo attivato interlocuzioni mirate proprio nelle Regioni più critiche, per poter affrontare in maniera congiunta la situazione e scongiurare rischi che nessuno vuole vedere concretizzarsi“. A partire dal blocco delle raccolte differenziate.

La priorità è evitare che la crisi industriale del riciclo si trasformi in un’emergenza a macchia d’olio nei territori. Per questo, spiega Fontana, Conai ha rafforzato l’interlocuzione con il Ministero dell’Ambiente e sta lavorando insieme al consorzio di filiera Corepla per individuare soluzioni territoriali. “Stiamo dialogando con Regioni ed enti locali per trovare spazi e capacità di trattamento che possano andare nella direzione di evitare problemi ai servizi di raccolta dei rifiuti urbani”, afferma.

Se in questa fase le soluzioni tampone non possono che essere costruite partendo dai singoli territori – il Ministero dell’Ambiente ha fatto sapere che a giorni convocherà un nuovo tavolo di crisi – resta il fatto che alla base dell’emergenza c’è una crisi più profonda, che riguarda la competitività dell’intera industria europea del riciclo. “La materia prima seconda ha dei costi, a livello europeo, che sono strutturalmente più alti degli omologhi vergini o riciclati che provengono da fuori confine. Non confine italiano, ma confine europeo“, sottolinea Fontana.

Gravato dagli alti costi industriali, a partire da quelli energetici, il riciclo europeo sta perdendo la competizione con polimeri vergini o riciclati provenienti dai mercati extraeuropei, offerti a prezzi sensibilmente inferiori. Una dinamica aggravata dalla debolezza della domanda industriale in settori come l’automotive, “che da sempre ha trainato l’utilizzo delle plastiche riciclate, non necessariamente di altissimo valore aggiunto”. Proprio quelle che oggi soffrono di più la competizione con i materiali d’importazione.

“Per risolvere in maniera strutturale questo problema, e non spostarlo da un Paese all’altro, la soluzione deve essere di carattere europeo“, chiarisce Fontana. Il primo fronte è quello della domanda pubblica. “Nel momento in cui si riusciranno davvero a estendere i criteri ambientali minimi negli acquisti della pubblica amministrazione a tutti e 27 i Paesi dell’Unione europea – dice Fontana – avremo sicuramente un volano per la domanda di materiale riciclato”. Magari con una spinta per il riciclato ‘made in Eu’.

La revisione delle norme sul public procurement europeo è in cantiere: la Commissione punta a renderle più stringenti, passando da direttiva a regolamento e rafforzandone il carattere di leva per il mercato dei beni e servizi verdi prodotti in Europa. Ma il vero tema, aggiunge Fontana, sarà “imparare a rispettarle meglio”, visto che anche in Italia, nonostante l’obbligatorietà dei criteri ambientali minimi negli appalti, lo strumento è utilizzato in maniera estremamente difforme dalle pubbliche amministrazioni.

Accanto agli acquisti pubblici, chiarisce il direttore generale di Conai, deve crescere anche la domanda privata. Ciò significa individuare nuovi segmenti industriali nei quali utilizzare le materie prime seconde e prevedere, attraverso la normativa e l’ecoprogettazione, un ricorso più ampio ai materiali riciclati. Il tema qui, semmai, è fare in modo da non limitare le applicazioni del riciclo vincolandole eccessivamente al ‘closed loop’, ovvero all’utilizzo a ciclo chiuso nelle stesse filiere.

“Laddove si può fare da imballaggio a imballaggio, ben venga, ma laddove l’applicazione può essere garantita anche al di fuori del settore degli imballaggi, non vedo perché non si debba insistere in questa direzione”, aggiunge Fontana. Un tema che è già al centro delle interlocuzioni sugli atti di esecuzione tecnica del nuovo regolamento europeo sugli imballaggi, a partire da quelli che dovranno disciplinare l’obbligo di riciclabilità del packaging a partire dal 2030.

Il secondo asse di intervento, prosegue Fontana, riguarda il prezzo. Serve “capire come rendere più competitiva la materia riciclata”, afferma. Qui le strade sono diverse, a partire da quella legata “al tema della defiscalizzazione”, come l’introduzione di un regime di IVA agevolata. Più in generale, però, servono meccanismi per “riconoscere la valenza ambientale nel prezzo del materiale riciclato rispetto all’omologo vergine”. Una strada è quella di valorizzare “la CO2 evitata grazie all’utilizzo di materiale riciclato”, spiega il direttore di Conai, trasformandola in un vantaggio economico.

Soprattutto sul piano delle leve economiche e fiscali, chiarisce però Fontana, “il dibattito non può che essere europeo”, visto che misure isolate adottate dai singoli Stati membri rischierebbero di aggiungere alla crisi di competitività del settore anche elementi di distorsione del mercato. Bisogna “evitare la guerra commerciale all’interno dei 27 Paesi – spiega – cosa che non ha molto senso e che, soprattutto, non risolve il problema“.

Il terzo pilastro è quello degli impianti. Alla crescita delle raccolte non ha corrisposto un rafforzamento sufficiente delle capacità europee di selezione, preparazione al riciclo e trasformazione. E anzi “in questi ultimi anni le capacità di trattamento, in particolare nella filiera dei materiali plastici per il riciclo, si sono ridotte a livello europeo, e questo non aiuta”, osserva Fontana.

“A fronte di raccolte che crescono – chiarisce – abbiamo bisogno di impianti sia nel trattamento che prepara il materiale al riciclo, ma soprattutto nelle nuove tecnologie di riciclo che possano aiutare a migliorare le prestazioni e le caratteristiche dei materiali riciclati che si ottengono dalle nostre raccolte urbane”, conclude Fontana. Il rischio, altrimenti, è quello di una progressiva scomparsa del tessuto industriale al servizio dell’economia circolare, di fronte alla quale non c’è incentivo, agevolazione o obbligo di utilizzo che tenga.

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