Tracciabilità dei rifiuti, un terreno “poco esplorato”


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Ogni giorno i soggetti pubblici e privati gestori del servizio rifiuti urbani nei 7903 comuni italiani raccolgono e avviano a trattamento circa 26 milioni di tonnellate di pattume, tra differenziato e indifferenziato. Ma dove vanno a finire? Tra impianti di riciclo, recupero energetico, discariche e camion o navi diretti all’estero, non è sempre facile ricostruire i flussi di materia ed energia generata dai cicli di gestione. “La tracciabilità nel settore dei rifiuti – scrive infatti il Laboratorio Ref Ricerche nel suo ultimo dossier – appare un terreno ancora poco esplorato”. Una mancanza di trasparenza che, oltre a mascherare inefficienze e diseconomie, “ha fornito un generoso alibi a molti territori, consentendogli di fare lo stretto indispensabile, evitando di affrontare seriamente il tema della dotazione impiantistica necessaria a chiudere il ciclo, in ossequio agli obblighi di autosufficienza e prossimità”.

Che tradotto significa: troppa enfasi sulla raccolta differenziata e poca attenzione al reale destino delle varie frazioni di rifiuto. Il tutto proprio quando l’Ue, con la direttiva rifiuti contenuta nel pacchetto economia circolare, ha introdotto un metodo unificato di calcolo per tutti gli Stati membri con l’obiettivo di misurare le effettive percentuali di avvio a riciclo e valutare le singole performance rispetto ai nuovi, ambiziosi target vincolanti. Partendo de queste amare premesse, lo studio di Ref (coordinato dall’esperto analista Donato Berardi) attinge quindi ai dati messi a disposizione da quei “pochi soggetti” che hanno attivato sistemi di tracciabilità, con l’obiettivo “di guardare ai rifiuti nella loro vera essenza, senza filtri, distorsioni e pregiudizi. Un punto di vista interno e oggettivo”, scrivono gli autori , “per osservare, analizzare e valutare le filiere per come si strutturano – o non si strutturano – nella realtà”.

E quella realtà dice ad esempio che delle 86.275 tonnellate di organico raccolte nel 2018 dalla multiutility veneta Veritas, ad esempio, “il 53% è rappresentato dalla frazione liquida da destinare a digestione anaerobica, mentre poco più del 39% rimane come frazione solida, quindi destinata alla produzione di compost tramite compostaggio aerobico. Di quest’ultimo, solo il 30% è diventato effettivamente compost, mentre la restante parte è costituita per il 50% da acqua, per il 17,5% dai sovvalli, che sono veri e propri scarti, e da altre residuali frazioni estranee più o meno recuperabili (circa il 2,5%). Ciò significa, scrive Ref “che solamente sistemi industriali integrati riescono a produrre economie di scala e di scopo e a efficientare i processi” integrando ciclo aerobico e anaerobico e valorizzando quindi tanto la parte liquida, con la produzione di biogas, quanto quella solida, trasformata in compost. Un mix che garantisce anche l’equilibrio economico del processo, visto che la produzione di biogas consente di ottenere ricavi preziosi, mentre il compost “non ha praticamente mercato”.

Altrettanto interessante lo spaccato offerto dai dati raccolti dalla multiutility emiliano-romagnola Hera sulla gestione delle raccolte differenziate. A fronte di un tasso complessivo del 53% di riciclo dei rifiuti urbani, per le singole filiere si va dal 90% per i rifiuti in legno al 64% per carta, cartone, acciaio e alluminio, al 53% per l’organico fino al 23% per la plastica “ancora una volta a testimoniare le difficoltà nell’avviare a recupero di materia soprattutto la quota di plastiche eterogenee, il cosiddetto plasmix. È soprattutto nei confronti di quest’ultimo segmento, da sempre il più complicato da gestire in termini eco-efficienti – scrivono gli sutori dello studio – che occorre rafforzare le policy, sia a livello di prevenzione che di valorizzazione finale, facendo sempre i conti con il ciclo di vita dei singoli processi e con le reali esigenze del mercato”

Criticità, quelle legate alla raccolta e avvio a riciclo dei rifiuti in plastica, che emergono anche dai dati sul 2018 resi pubblici dalla Regione Emilia-Romagna, in collaborazione con l’ARPAE (Agenzia Regionale Prevenzione, Ambiente ed Energia) e con il CONAI, secondo cui il 28% degli imballaggi polimerici raccolti in maniera differenziata non viene riciclato perchè contiene troppe impurità. “Questi dati testimoniano che c’è ancora molto lavoro da fare sia sul versante della progettazione di imballaggi recuperabili (eco-design) sia nel migliorare la qualità delle raccolte differenziate” scrive Ref. Proprio rispetto alla necessità di migliorare la qualità delle differenziate risulta emblematico il dato dell’Emilia, dove nel 2018 il 53% del totale dei rifiuti raccolti in maniera indifferenziata è risultato  in realtà differenziabile “essendo quindi il risultato di errori di conferimento da parte dei cittadini”.

Insomma, dalla pianificazione impiantistica alle strategie di raccolta differenziata, passando per il design dei prodotti: conoscere il destino dei rifiuti che produciamo tracciandone i percorsi significa raccogliere informazioni preziose per migliorarne le scelte di gestione, dalla riduzione a monte fino allo smaltimento o recupero a valle, e ricucire il rapporto di fiducia con i cittadini.  “La tracciabilità dei flussi – conclude il dossier – è la precondizione per poter parlare in maniera innovativa di qualsiasi altro aspetto legato alla gestione dei rifiuti. Solo garantendo la tracciabilità è possibile accreditare la gestione dei rifiuti, finalmente, nel nuovo Millennio, dove trasparenza e circolarità diventano prassi quotidiana, non più concetti astratti e da ripetere a memoria, senza crederci nemmeno tanto“.

 

 

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