Liguria, Commissione Ecomafie: «Deficit impiantistico e illegalità»


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Liguria maglia nera dei rifiuti, con un costo pro-capite di gestione tra i più alti d’Italia (201,69 euro), percentuali di conferimento in discarica (60%) seconde solo a quelle della Sicilia a fronte di una media di produzione dei rifiuti più alta del 14% rispetto alla media nazionale. Ma non mancano ulteriori elementi critici come l’assenza di un sito per lo stoccaggio e il trattamento dei materiali pericolosi e la presenza di soli due siti di compostaggio che lavorano a basso regime. A completare il panorama l’alta permeabilità alla criminalità organizzata, dovuta alla gestione “costantemente emergenziale” del ciclo, per alcune società che trattano i rifiuti per i Comuni, e la diffusione di ben 174 siti inquinati tra tutte le province, dei quali solo 52 dichiarati definitivamente bonificati.

Nessuna novità: i dati e gli elementi sono quelli emersi nella relazione finale sull’attività portata avanti dalla commissione d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti lo scorso anno e culminata, per l’appunto, nel resoconto pubblicato il 29 ottobre scorso. I risultati del lavoro della bicamerale sono però stati presentati solo oggi a Genova, presso la Sala del Consiglio provinciale, alla presenza, tra gli altri – oltre che del presidente della Commissione Ecomafie Alessandro Bratti – dal sindaco metropolitano Marco Doria, dall’ex procuratore Michele Di Lecce e da altri membri delle istutuzioni a partire dai relatori del lavoro i senatori Compagnone e Morgoni.

Ad aprire i lavori questa mattina è stato il “padrone di casa” Marco Doria, che ha ringraziato la Commissione per il lavoro svolto dedicandosi al tema della legalità, perché nel ciclo dei rifiuti «lavorano ogni giorno tante persone serie, oneste e coscienziose: bisogna evitare di fare di ogni erba un fascio» ricordando che la sua amministrazione comunale e quella dell’Amiu, la municipalizzata genovese che si occupa di raccolta e smaltimento dei rifiuti, hanno adottato «seri provvedimenti cautelativi e incisivi» di fronte a episodi illeciti e procedure di carattere giudiziario (come per le vicende che hanno coinvolto l’azienda su reati ambientali legati alla discarica di Scarpino e altre vicende legate agli appalti).

Al centro della giornata chiaramente i contenuti della relazione, la cui chiave sta tutta in una frase: «emerge la mancanza di una strategia complessiva» per la Liguria, che negli ultimi dieci anni ha collezionato ritardi, ascrivibili di certo in maniera principale al governo regionale, ma senza assolvere gli enti locali a partire dal capoluogo. Quello che il lavoro della Commissione non ha potuto ancora giudicare è sicuramente il nuovo piano regionale di gestione dei rifiuti approvato a marzo, che ancora una volta non prevede nessun termovalorizzatore. Opportunità che sembrerebbe essere stata evitata anche dopo le ultime (sia pure non definitive) evoluzioni del dibattito sull’articolo 35 dello Sblocca Italia, e forse decisa in funzione delle condizioni orografiche del territorio ligure, che già contribuiscono alla salatissima tariffa e forse renderebbero sconveniente concentrare i conferimenti in un impianto sul territorio interno che non continuare ad appoggiarsi al Piemonte e all’Emilia Romagna. Resta il fatto che viene meno l’autosufficienza e di certo la regione paga «un deficit impiantistico notevole – come lo ha definito lo stesso Bratti – che comporta un ciclo dei rifiuti di fatto non chiuso». Anche di fronte al nuovo piano e all’avvicendamento avvenuto alla guida della Regione «il rischio è che nel non prendere decisioni si deleghi troppo agli enti locali e si finisca per ricadere negli errori già commessi – hanno commentato i relatori, che aggiungono un auspicio – speriamo che il nostro lavoro sia d’aiuto in questo senso».

A nome del nuovo governo regionale ha parlato l’assessore all’ambiente Giacomo Giampedrone che non ha nascosto affatto i ritardi sia sul fronte della raccolta che su quello dell’impiantistica. «La nostra percentuale di raccolta differenziata al 35% ci vede quasi fanalino di coda su base nazionale – ha esordito Giampedrone – si è pensato che in questa regione quello delle discariche fosse l’unica scelta perseguibile e questa è solo una colpa della politica. Spingere sulla differenziata e sul porta a porta è sicuramente un costo in più quindi il sacrificio iniziale per svoltare sarà chiesto alla collettività – precisa senza nascondersi l’assessore regionale – e solo dopo si potrà intervenire per calmierare quei costi. Svolta che deve fare soprattutto Genova, perché produce i due terzi dei rifiuti regionali ed è ancora ferma all’individuazione dei siti per l’impiantistica».

Tema caldissimo al centro del dibattito di questa mattina, la gestione estremamente parcellizzata data dalla moltiplicazione di soggetti ad occuparsi del ciclo. «La nostra legge – ha spiegato Giampedrone – dice che entro il 2020 bisogna arrivare al gestore unico ed è la risposta all’eccessiva frammentazione», contro la quale si scaglia anche l’ex procuratore capo della Repubblica di Genova, Michele Di Lecce, secondo il quale «data la situazione ligure, con questa frammentazione e moltiplicazione di soggetti, più che di infiltrazione bisognerebbe parlare di presenza criminale in queste società: le stesse società presenti sul territorio ligure operano in molte altre sedi e quindi possono importare o esportare metodi ed attività che non sono esattamente legali. Un qualcosa che non è appariscente, non è eclatante ma esiste – ha concluso Di Lecce – tanto poco appariscente che non si vede o si fa finta che non ci sia: questo è quello che è emerso nei miei ultimi quattro anni di esperienza qui».

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