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Nucleare, l’Italia guarda al futuro. Ma deve ancora fare i conti col passato

Mentre continuano le polemiche sull’inserimento del nucleare nella tassonomia Ue degli investimenti verdi, l’Italia fa i conti con la propria eredità radioattiva: per lo smantellamento delle centrali e la gestione delle scorie sono stati già spesi oltre 4 miliardi di euro. E ogni giorno di ritardo nella costruzione del deposito nazionale fa lievitare il conto

A quindici anni di distanza dall’avvio dell’ultimo impianto, l’Europa saluta l’accensione di una nuova centrale nucleare. È quella di Olkiluoto in Finlandia, la seconda al mondo basata su tecnologia EPR, il cosiddetto nucleare di terza generazione. Una volta a pieno regime, l’impianto affacciato sul Mar Baltico a poco più di 200 km dalla capitale Helsinki, produrrà 1650 megawatt di energia, che ne faranno l’installazione più potente attiva nel vecchio continente. Il taglio del nastro è arrivato nei giorni scorsi non senza polemiche su costi e tempi del progetto, giunto a conclusione con dodici anni di ritardo sulla tabella di marcia e una spesa triplicata rispetto ai tre miliardi di euro stimati inizialmente. Il tutto proprio mentre l’eterna querelle sul nucleare torna ad agitare la politica europea. Sul tavolo c’è il dossier per la definizione della tassonomia Ue per gli investimenti verdi, e il tema spacca l’Unione su due fronti: da un lato il gruppo guidato dalla Francia, che preme perché l’energia dall’atomo sia considerata a tutti gli effetti come alternativa sostenibile ai combustibili fossili; dall’altro la Germania, che ha da poco messo in campo un piano per la progressiva dismissione delle proprie centrali. In mezzo l’Italia, che pur avendo detto ‘no’ al nucleare con ben due referendum sembra orientata ad appoggiare le posizioni di Parigi.

Prima di preoccuparsi del nucleare che verrà, prospettiva che in Italia appare remota anche in caso di via libera all’inserimento dell’atomo in tassonomia, il nostro Paese deve però fare i conti con l’eredità del nucleare che è stato. Vale a dire con il processo di smantellamento delle sue installazioni industriali in disuso, a partire dalle quattro ex centrali. A quasi trentacinque anni dal referendum che nel 1987 pose fine alla stagione dell’atomo nel nostro Paese, e a ventidue dall’inizio delle operazioni di decommissioning, i lavori sono al 35,5%, con un’accelerazione nell’ultimo anno che ha fatto registrare costi di avanzamento per 120 milioni di euro. Si tratta del miglior risultato dalla data di costituzione di Sogin, società di Stato responsabile delle operazioni di smantellamento, che accelera i lavori ma continua a scontare i ritardi del passato. L’ultimo ‘piano vita intera’ della società fissa al 2035 la data di fine dei lavori di decommissioning, per un costo complessivo che dovrebbe aggirarsi intorno ai 7,2 miliardi di euro. Quasi il doppio rispetto ai 4,47 miliardi stimati nel piano del 2008, che collocava il termine dei lavori nel 2019. Nel 2020 risultavano già sostenuti costi per 4,2 miliardi di euro, pagati dai cittadini con una componente ad hoc della bolletta elettrica, la cosiddetta ‘A2RIM’

A pesare sull’avanzamento delle operazioni, allungandone i tempi e facendone lievitare i costi, c’è anche e soprattutto il nodo del deposito nazionale per le scorie radioattive. Le direttive Euratom impongono ad ogni Stato di dotarsene, ma in Italia ancora non c’è, cosa che negli ultimi venti anni ha reso necessario l’allestimento di depositi temporanei per lo stoccaggio in sicurezza delle scorie del decommissioning. E non solo di quelle, visto che ai residui radioattivi dello smantellamento delle centrali vanno ad aggiungersi quelli generati quotidianamente dalla medicina, dalla ricerca e dall’industria. Complessivamente, secondo l’ultimo inventario dell’Ispettorato nazionale per la sicurezza nucleare, l’Isin, sul territorio nazionale sono presenti 22 siti di stoccaggio temporaneo, per un totale di 31mila 751 metri cubi di scorie. Secondo Sogin, per i soli oneri di esercizio e manutenzione, si spende ogni anno una cifra compresa tra un milione e quattro milioni di euro per ciascun sito in cui è presente un deposito, senza tener conto dei costi dell’eventuale realizzazione di nuovi depositi.

Qualcosa nell’ultimo anno si è mosso. Dopo una lunga serie di rinvii e false partenze, lo scorso gennaio ha preso il via ufficialmente il processo di individuazione della località che dovrà ospitarlo, con la pubblicazione della Carta delle Aree Potenzialmente Idonee e la convocazione del seminario nazionale con i territori interessati (67 aree in 7 regioni) conclusosi lo scorso 24 novembre. Con la pubblicazione degli atti ufficiali del seminario si è aperta quindi la fase di consultazione pubblica, che si chiuderà il prossimo 14 gennaio. Poi si passerà alla validazione della Carta delle Aree Idonee, quindi all’apertura delle autocandidature. Difficile che qualcuno possa farsi avanti, visto che tutte le località interessate hanno già levato gli scudi contro il progetto.

Se nessuna delle aree individuate dovesse candidarsi, il processo di localizzazione potrebbe protrarsi per tutto il 2022. Solo in caso di prolungato stallo delle negoziazioni sarebbe il governo a calare dall’alto la propria scelta. Una strada che a nessuno farebbe piacere percorrere. Dall’individuazione del sito servirebbero poi altri 4 anni per portare a termine l’iter autorizzativo e le procedure di gara per la costruzione. Tempi che, secondo Sogin, farebbero slittare l’avvio all’esercizio del deposito nazionale al 2030, mentre già dal 2025 è previsto il rientro in Italia delle scorie prodotte dal riprocessamento del nostro combustibile esaurito attualmente stoccate in Francia e Inghilterra, a un costo che per il solo 2019 ammontava a circa 30 milioni di euro. Complessivamente si tratta di circa 100 tonnellate di rifiuti a media e alta attività che dovrebbero essere collocate temporaneamente proprio nel deposito, per poi essere trasferite in un sito geologico di profondità, magari condiviso con altri Paesi dell’Ue. Ma siamo nel campo delle “ipotesi di fattibilità”, come si legge sul sito di Sogin. Quello che è certo è che al momento non c’è né un deposito nazionale né tantomeno un sito profondo ‘di comunità’ e che una violazione degli accordi internazionali, più che probabile a questo punto, obbligherà il nostro Paese al pagamento di pesanti sanzioni, da sommare ai costi già sostenuti. A proposito di depositi geologici, ad oggi ne esiste solo uno in tutto il mondo e tra l’altro non è ancora entrato pienamente in funzione: quello di Onkalo. Dove? Proprio in Finlandia, a due passi dalla neonata centrale di Olkiluoto.

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