Se la Liguria diventa “Pimby”


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Please in my backyard. Così il presidente del gruppo Messina ha definito l’atteggiamento con il quale si è riusciti ad arrivare alla realizzazione del biodigestore di Cairo Montenotte, in provincia di Savona, il primo realizzato sul territorio regionale ligure, di cui è tra i principali finanziatori. Un neologismo coniato in opposizione alla ben più nota sindrome “nimby” (Not in my backyard – non nel mio giardino) con la quale i territori accolgono la realizzazione di più o meno qualsiasi impianto o stabilimento, più o meno necessario o urgente che sia, tanto più quando si tratta di trattare o smaltire rifiuti.

Certo, nel caso specifico non si tratta di incenerimento, ma non mancano in Italia gli esempi di barricate anche di fronte al trattamento anaerobico dell’umido. Lo stabilimento di Cairo ha la potenzialità di gestire 30mila tonnellate di rifiuti umidi e 15mila di verde all’anno e convertirà i biogas emessi dall’organico conferito in energia elettrica tramite combustione, stabilizzando la materia del rifiuto fino a renderla potenzialmente compost (ovviamente di qualità variabile a seconda della differenziata in ingresso, quindi più probabilmente in uscita si avrà materia inertizzata). La realizzazione del biodigestore, inaugurato solo pochi giorni fa, arriva a valle di un progetto partito nel 2011: l’impianto entrerà pienamente in funzione a metà marzo, rompendo l’immobilismo che ha caratterizzato la Liguria negli ultimi anni e soprattutto iniziando a chiudere il ciclo regionale dei rifiuti. O almeno quello della provincia, che però già prevede di poter accogliere anche una quota di umido proveniente da fuori regione (probabilmente anche a causa dei ritardi sulla raccolta differenziata).

Non è certo con un biodigestore che si risolvono i problemi del ciclo regionale, ma dall’altro capo della Liguria, sulla Riviera di Levante, già si parla di costruirne un altro. Proprio in occasione dell’inaugurazione dell’impianto di Cairo il manifesto interesse del sindaco di Chiavari ha aperto alle prime elucubrazioni sulla possibile individuazione di un sito da adibire alla realizzazione dell’impianto. Con il benestare del governatore regionale Toti, che ha fatto suo il piano regionale votato dalla giunta precedente prima dell’avvicendamento elettorale con il quale si prevede un biodigestore per ogni provincia. Certo, non si parla ancora di nulla di concreto, ma il dato di novità è quello della sostanziale autocandidatura degli amministratori locali, che di solito subiscono dall’alto le decisioni sull’impiantistica, anche perché esporsi equivarrebbe a disegnarsi un bersaglio sulla fronte esponendosi al fuoco incrociato dei territori e degli immancabili comitati del “no”.

Ma nella Liguria dei record negativi succede anche che da problema da risolvere i rifiuti diventino oggetto del contendere. Da quando Scarpino ha chiuso, infatti, i rifiuti genovesi hanno preso la via di La Spezia: la provincia più virtuosa e con la miglior dotazione impiantistica sul territorio regionale. Forse è per questo che il sindaco e presidente provinciale spezzino, Massimo Federici, ha chiesto che i rifiuti prodotti nel territorio del Tigullio, l’area del Genovese che da sulla riviera ed è più a ridosso della provincia di La Spezia, al netto dell’emergenza continuassero ad arrivare anche in futuro. Evidentemente la capacità di soddisfare gli impianti e la redditività per la municipalizzata che se ne fa carico fanno gola: in ballo ci sono 22,8 migliaia di tonnellate annue di rifiuti (per il 2016 se ne prevede addirittura l’aumento fino a quota 36mila), che in questa fase di emergenza nonostante la gestione fosse formalmente in mano all’Amiu di Genova sono state deviate tra le braccia della spezzina Acam che così riuscirebbe nel proprio intento di tenere a pieno regime l’impianto per la produzione di CDR di Saliceti. Propio l’Amiu e lo stesso Comune di Genova, però, non ci stanno a farsi soffiare questo contratto, probabilmente tenendo a mente la riapertura e all’adeguamento di Scarpino. Insomma, la spazzatura è prima di tutto un affare, e quindi nonostante le difficoltà tutti vogliono che si faccia nel proprio giardino.

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