End of waste, gli operatori: “Altro che semplificazione, è un appesantimento”

Coro di critiche al passaggio del decreto semplificazioni che ridisegna il sistema dei controlli sul rilascio delle autorizzazioni end of waste ‘caso per caso’. Gli operatori: “Una misura che genera incertezza e appesantisce le procedure di riciclo”

Da tentativo di semplificazione a ulteriore complicazione per uno strumento che sembra sempre più destinato a non brillare per chiarezza e facilità di applicazione. E che invece potrebbe fare la differenza nella corsa dell’Italia agli ambiziosi obiettivi di riciclo fissati dall’Unione europea. Dopo essere stata oggetto di una lunga querelle, che a cavallo tra 2018 e 2019 era passata dalle aule della giustizia amministrativa a quelle di Camera e Senato, la disciplina dell’end of waste torna ad animare il dibattito parlamentare. A far discutere stavolta sono i passaggi contenuti nel decreto ‘semplificazioni’, attualmente all’esame di Montecitorio, che modificano il complesso sistema di controlli sui nulla osta end of waste ‘caso per caso‘ introdotto dal governo Conte 2, fortemente voluto dall’ex ministro dell’Ambiente Sergio Costa e dall’attuale presidente della Commissione ambiente del Senato Wilma Moronese.

Se da un lato infatti il restyling della normativa proposto dal governo Draghi alleggerisce effettivamente il sistema, eliminando le scadenze temporali vincolanti per il completamento delle attività di controllo e l’articolata istruttoria che prevedeva la partecipazione del Ministero alla validazione degli esiti delle verifiche sul campo, dall’altro lascia tuttavia in capo all’Ispra e alle Agenzie regionali del Snpa la facoltà di effettuare ispezioni a campione sulle imprese autorizzate, allo scopo di verificare ex-post la validità dei nulla osta rilasciati da Regioni e Province. “Si tratta di una procedura che rischia di creare molta incertezza tra gli operatori – osserva Giordano Colarullo, direttore generale di Utilitalia, ascoltato dalle commissioni Affari costituzionali e ambiente della Camera – perché il soggetto che porta avanti un’istanza autorizzativa potrebbe trovarsi a vedersela eccepita ex-post”. “Uno strumento che rischia di dare luogo a comportamenti differenziati tra i vari organismi coinvolti – gli fa eco Bruno Panieri di Confartigianato – questo tipo di attività non è previsto in alcun modo dalle normative comunitarie e rischia di allungare i tempi, tenuto conto del fatto che già oggi per arrivare alla dichiarazione della cessazione della qualifica di rifiuto occorrono in media 4 o 5 anni. Sono tempi assolutamente incompatibili con le esigenze di programmazione delle imprese”.

Insomma, sebbene autorizzati al riciclo ‘caso per caso’ dagli enti territorialmente competenti, gli operatori continuerebbero a veder pendere sulla propria testa la spada di Damocle di un eventuale controllo a campione, che potrebbe a sua volta sfociare in un provvedimento di sospensione o di revoca del nulla osta in caso di divergenza tra la lettura data dai tecnici di Ispra e delle Agenzie e quella del personale amministrativo degli enti locali deputati al rilascio delle autorizzazioni. Una eventualità tutt’altro che remota, visto che il quadro normativo di settore non è sempre di facile interpretazione e anzi spesso si presta a letture differenti tra i vari enti coinvolti nelle procedure autorizzative o in quelle di controllo. “Ci sono norme tecniche e ambientali spesso in contraddizione tra loro – spiega Paolo Barberi, presidente di Unicircular – ad esempio rispetto al tema della gestione dei rifiuti inerti. Abbiamo da un lato un quadro di norme europee armonizzate che ci dicono come i prodotti che derivano dal riciclo di questi rifiuti debbano essere marcati e commercializzati. Dall’altra parte però abbiamo in Italia norme ambientali vecchie di venti anni, come i decreti sul recupero agevolato del 1998 e del 2005, che nascono per un mondo che era completamente diverso. Quindi – prosegue- succede che oggi in occasione di controlli sugli impianti vengano spesso contestate difformità rispetto alle norme italiane, laddove però sono le stesse norme europee ad imporre agli operatori quelle condotte difformi”.

Oltre a generare incertezza tra gli operatori, però, la misura pensata dal governo Draghi con l’obiettivo di semplificare rischia addirittura di sortire l’effetto opposto, andando a creare un vero e proprio ‘collo di bottiglia’. Accanto ai controlli ex-post, infatti, il decreto interviene a monte subordinando il rilascio delle autorizzazioni al “parere obbligatorio e vincolante dell’Ispra o dell’Agenzia regionale per la protezione ambientale territorialmente competente” ed esautorando di fatto gli enti competenti per legge. “Se si rende vincolante il parere di un organo tecnico si limita la capacità dell’organo amministrativo delegato, in questo caso Regioni e Province”, spiega Edo Ronchi, presidente della Fondazione per lo sviluppo sostenibile. “Piuttosto che come una semplificazione – aggiunge Michele De Sossi di Casartigiani – questo appare come un appesantimento”. Anche perché a quel punto i dossier finirebbero tutti sulle già ingombre scrivanie dei tecnici del Sistema nazionale per la protezione ambientale. Che a sua volta lamenta da tempo la scarsità di risorse, sia in termini economici che di forza lavoro, e che solo qualche giorno fa chiedeva al governo “di assumere le iniziative opportune, anche di carattere normativo, per consentire alle ARPA di poter continuare ad esercitare le attività ispettive, di controllo e di vigilanza ambientale”.

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