Rifiuti pericolosi: i limiti delle politiche di prevenzione in Europa


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Un incremento nella produzione ed una diversificazione settoriale figlia dello sviluppo del comparto del waste management, ma anche di un’evoluzione delle normative degli Stati membri dell’Unione. Normative che appaiono tutt’altro che allineate nell’affrontare e contrastare questa stessa evoluzione con politiche di riduzione dei rifiuti, aspetto trattato come marginale e puramente accessorio rispetto alla gestione ordinaria. È questo il quadro che emerge dal report 2015 dedicato allo stato dell’arte per la prevenzione dei rifiuti pericolosi in Europa pubblicato dalla EEA (European Environment Agency), l’agenzia ambientale europea.

Il primo dato che emerge dall’analisi è quello sulla produzione: gli ultimi dati certificati relativi ai Paesi dell’Unione a 28 registrano un trend di crescita dal 2008 al 2012, con una produzione di rifiuti pari a 2,5 miliardi di tonnellate di cui quasi il 4% è stato classificato come pericoloso arrivando a circa 100 milioni di tonnellate. La maggior quantità di rifiuti pericolosi è stata prodotta proprio nel comparto del waste management: quantità che hanno conosciuto un grosso incremento nell’ultimo decennio proprio per la maggior industrializzazione e crescita dell’industria del riciclo e del recupero di materia (che proprio nella fase di trattamento produce rifiuti pericolosi laddove prima c’erano semplicemente scarti di varia natura). Al secondo posto c’è il comparto delle costruzioni, che però è particolarmente soggetto alle fluttuazioni dei cicli economici quindi ha registrato medie molto differenti a seconda delle evoluzioni della crisi. A seguire ci sono settore estrattivo e minerario e la rete dei rifiuti solidi urbani, che con la crescita delle raccolte differenziate fornisce sempre più rifiuti classificati come pericolosi (basti pensare ai soli Raee o alle batterie esauste), ed infine rifiuti chimici e ospedalieri.

Poiché la produzione di rifiuti in generale è strettamente legata a produttività e benessere economico di un Paese, per valutare nel modo più oggettivo possibile l’intensità della produzione di rifiuti pericolosi in Europa, l’EEA raffronta i Paesi membri attraverso un rapporto tra il valore assoluto della produzione ed il prodotto interno lordo, ricavandone poi una media per l’Unione che al 2012 ammonta a 7,4 tonnellate di rifiuti pericolosi per ogni milione di euro di PIL. Ben 25 paesi su 28 hanno fatto meglio della media europea, ma l’intensità di produzione tra 2008 e 2012 è aumentata in 9 Stati.

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La lettura di questi dati è controversa: da una parte – come abbiamo visto – c’è una crescita nella quantità di rifiuti pericolosi che è generata proprio dalla crescita del settore del riciclo e da una migliore selezione; dall’altra la riduzione può derivare da una delocalizzazione di attività industriali con conseguente produzione di rifiuti pericolosi al di fuori dell’Unione Europea. In entrambi i casi il dato, insomma, non sarebbe figlio di politiche di prevenzione e riduzione, bensì di evoluzioni indipendenti di singoli settori economici. Per di più esiste una criticità nella raccolta dei dati, che negli ultimi anni ha conosciuto dei cambiamenti metodologici, ma che soprattutto ha delle falle strutturali (senza contare che le recenti disposizioni che hanno variato la classificazione produrranno ulteriori incertezze e discontinuità statistiche tutte da decifrare). Dati sulla produzione di rifiuti, speciali pericolosi inclusi, nelle statistiche nazionali e nelle registrazioni Eurostat, infatti, risultano tanto tra le importazioni quanto tra le esportazioni, ma spesso con categorie e settori di origine differenti. E soprattutto manca qualsiasi statistica su ciò che accade tra produzione e trattamento finale dei rifiuti: le difficoltà sul tracciamento della vita dei rifiuti pericolosi, insomma, sono un problema continentale e non legato soltanto all’inefficienza del nostro Sistri, a quanto pare.

I programmi di prevenzione sono tanto frammentati quanto è composito lo scacchiere europeo. Per quanto siano la stragrande maggioranza, solo 25 Piani di gestione rifiuti su 30 approcciano la gestione dei rifiuti pericolosi, e di questi soltanto in 17 hanno espliciti piani di riduzione ai volumi prodotti. Statistica che si riduce a solo quattro Paesi quando si va a “filtrare” ulteriormente per scoprire dove sono stati previsti target quantitativi sulla produzione di rifiuti pericolosi oltre a quelli “qualitativi” presenti nella quasi totalità dei programmi.

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In questa piccola “élite” insieme a Bulgaria, Svezia e Lettonia c’è anche l’Italia, che si impegna ad abbassare nell’ordine del 10% il rapporto produzione/Pil entro il 2020: target poco condiviso dagli altri Stati principalmente per via delle falle nella raccolta dati di cui sopra evidenziate dallo stesso rapporto. La maggior parte delle politiche, qualitative o quantitative che siano, sono palesemente tutt’altro che mirate ad “attaccare” specificamente la produzione di rifiuti pericolosi: riduzione vista per lo più come collaterale ad altre politiche, come i regolamenti sull’eco-design e il bando ai materiali tossici, ma non sembra esserci traccia – si legge nel report – di strumenti che incidano direttamente sulle logiche di mercato.

In altre parole, sembra voler dire l’EEA, a fronte di dati incompleti e che subiscono le variazioni del mercato, vediamo contrapporre solo politiche di gestione che nella migliore delle ipotesi anticipano, quando non subiscono passivamente, le indicazioni delle direttive europee (vedi eco-label). Il waste management è sempre più in alto nelle agende dei governi europei, così come sul fronte economico guadagna sempre più spazio e attenzione, ma la mano visibile che dovrebbe stare dietro politiche di prevenzione sembra mancare definitivamente.

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