Economia Circolare, Europarlamento approva le nuove direttive


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Il Parlamento Europeo ha scelto un futuro con meno discariche e più riciclo. Un futuro in cui sviluppo economico non sia più sinonimo di spreco ma di recupero e dove i rifiuti non rappresentino più un incomodo di cui liberarsi ma una risorsa preziosa da gestire in maniera efficiente. In parole povere, l’Europarlamento sceglie l’economia circolare, quella che dà il nome al pacchetto di misure votato e approvato oggi dalla plenaria di Strasburgo. Quattro le proposte di direttiva contenute nel pacchetto, tre delle quali monotematiche su rifiuti, discariche e imballaggi, mentre la quarta mette assieme rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche. veicoli fuori uso, pile e accumulatori.

Quattro testi che rappresentano l’impalcatura normativa del piano d‘azione per la transizione verso un’economia circolare messo a punto dalla Commissione Europea, nel quale si inserisce anche la strategia per la riduzione dell’inquinamento da rifiuti in plastica lanciata dall’esecutivo Ue lo scorso febbraio. Il piano, presentato nel dicembre 2015, era stato accolto da aspre critiche, per la decisione dell’esecutivo guidato da Jean-Claude Juncker di cestinare il pacchetto di misure sull’economia circolare presentato l’anno prima dall’ex commissario Ue Josè Manuel Barroso, considerato più “ambizioso” del dossier Juncker.

“Dopo quasi tre anni di lavoro – ha dichiarato Simona Bonafè, relatrice del dossier al Parlamento Ue – siamo arrivati alla fine di questo negoziato. Nel 2015, quando la Commissione ha ripresentato il pacchetto dopo averlo inizialmente ritirato, devo ammettere che le premesse non erano delle migliori ma in questi anni si sono fatti significativi passi in avanti. Con questo pacchetto – ha detto – l’Europa punta con decisione a uno sviluppo economico e sociale sostenibile, in grado di integrare finalmente politiche industriali e tutela ambientale. L’economia circolare, infatti, non è solamente una politica di gestione dei rifiuti ma è un modo per recuperare materie prime e non premere oltremodo sulle risorse già scarse del nostro pianeta, anche innovando profondamente il nostro sistema produttivo”. Il pacchetto, aggiunge Bonafè, “sancisce un cambio di passo e di visione che avrà ricadute concrete. A partire – spiega l’eurodeputata – dai 600 miliardi di risparmi annui per le aziende, ai 140mila posti di lavoro in più, ai 617 milioni di tonnellate di Co2 in meno entro il 2035, a bollette sui rifiuti più leggere”.

Le direttive, che dovrebbero entrare in vigore entro la fine di giugno con l’ok definitivo del Consiglio europeo, ridisegneranno il quadro normativo dell’Unione in materia di rifiuti, con l’obiettivo di orientare le politiche dei 27 Stati membri verso modelli sostenibili di produzione e sviluppo economico. Per questo il pacchetto introduce per tutti target vincolanti da raggiungere negli anni a venire. Entro il 2025 il 55% dei rifiuti urbani generati da ogni Paese dovrà essere avviato a riciclo, per poi passare al 65% entro il 2035, a fronte dell’attuale media del 42% misurata da Eurostat.

Ma attenzione, perché già nel 2030 per i soli imballaggi bisognerà aver raggiunto complessivamente il 70%, con target intermedi differenziati a seconda del materiale: 50% al 2025 per la plastica, 70% per vetro e acciaio, 75% per carta e cartone 50% per l’alluminio e 25% per il legno. Quanto ai conferimenti in discarica, se oggi l’Europa smaltisce così il 25% dei suoi rifiuti, entro il 2035 il tetto massimo dovrà essere del 10%. E ancora, i rifiuti domestici pericolosi dovranno essere raccolti separatamente entro il 2022, i rifiuti organici entro il 2023 e i tessili entro il 2025. mentre entro il 2030 lo spreco alimentare dovrà essere dimezzato. Dal momento che la situazione nei vari Stati membri però è tutt’altro che omogenea, ai Paesi che nel 2013 smaltivano ancora in discarica più del 60% e riciclavano meno del 20% verrà concessa una deroga, nel limite massimo di cinque anni.

Ma come si presenta l’Italia all’alba di questa autentica rivoluzione sostenibile? Non in primissima linea, ma neppure nelle retrovie. Perché se nel 2016 secondo Ispra abbiamo avviato a riciclo il 46% dei nostri rifiuti urbani, non troppo distanti quindi dal target del 55% al 2025, sui conferimenti in discarica il gap è decisamente più ampio: occorrerà lavorare sulle Regioni in ritardo per passare entro il 2035 dall’attuale 25% al tetto massimo del 10% che l’Europa si prepara ad introdurre. Decisamente meglio sul fronte imballaggi, dove gli obiettivi indicati per 2025 sono già stati raggiunti da tutte le filiere, tranne che per quella della plastica.

Tornando al quadro europeo, con l’entrata in vigore del pacchetto verrà introdotto per tutti i Paesi membri un unico metodo di calcolo armonizzato dei tassi di riciclo o smaltimento in discarica. Addio quindi ai quattro metodi alternativi che fino ad oggi ogni Stato membro poteva utilizzare per calcolare le proprie performance e che rendevano praticamente impossibile il confronto dei dati tra un Paese e l’altro. La cosa non è piaciuta a tutti. Diversi Stati membri, Germania in testa, temono infatti che l’introduzione del metodo unico di calcolo possa portare ad un crollo delle percentuali di avvio a riciclo. Cosa che nei mesi scorsi ha addirittura rischiato di far saltare il tavolo delle trattative.

Nel percorso verso il raggiungimento degli obiettivi, un ruolo sempre più centrale sarà svolto dai produttori dei beni di consumo. Il pacchetto introduce infatti per la prima volta criteri minimi per i cosiddetti schemi di responsabilità estesa, quelli che obbligano chi immette sul mercato un prodotto a garantirne la corretta gestione una volta che questo sia divenuto rifiuto. E se gli Stati dovranno adottare misure di incoraggiamento affinché i produttori migliorino l’efficienza e la riciclabilità del prodotto nel suo intero ciclo di vita, i produttori dal canto loro dovranno assicurare il rispetto dei target e la copertura dei costi della gestione efficiente dei propri rifiuti. Per gli imballaggi, che in Italia sono già gestiti dal sistema Conai secondo i principi della responsabilità estesa, tale copertura dovrà arrivare all’80% entro il 2025.

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