Export di rifiuti, è scontro sul nuovo regolamento UE

È scontro sul nuovo regolamento europeo sulle spedizioni di rifiuti. Le imprese del riciclo temono il collasso delle attività, mentre le industrie della carta e dell’acciaio chiedono norme più severe per scongiurare il rischio di dumping ambientale

Mentre si attende di conoscere le posizioni ufficiali di Parlamento e Consiglio dell’UE, che dovrebbero essere adottate entro la fine dell’anno, continua lo scontro a distanza sulla proposta di revisione del regolamento europeo sulle spedizioni di rifiuti avanzata ormai quasi un anno fa dalla Commissione. Da un lato i produttori europei di materia riciclata, soprattutto carta da macero e rottame di ferro, dall’altro gli utilizzatori, ovvero acciaierie e cartiere. In mezzo la nuova disciplina sulle esportazioni, che prevede forti limitazioni all’invio di rifiuti verso Paesi terzi, soprattutto non OCSE, con l’obiettivo da un lato di contrastare il traffico illegale e dall’altro, almeno nelle intenzioni di Bruxelles, di rilanciare l’economia circolare entro i confini dell’Unione. Un potenziale boomerang, dicono i riciclatori, riuniti sotto le insegne dell’associazione europea EuRIC, che se da un lato appoggiano la scelta della Commissione di limitare le spedizioni di frazioni problematiche come gli scarti di plastiche miste, ma anche le batterie o i pezzi di apparecchiature elettriche ed elettroniche, dall’altro invitano a scongiurare il rischio che restrizioni indiscriminate alle esportazioni possano minare la sostenibilità economica delle attività di riciclo.

Secondo EuRic, infatti, l’approccio adottato dalla Commissione non fa alcuna differenza tra i rifiuti problematici e le materie prime secondarie, o ‘end of waste’, derivanti dal riciclo. Materiali ad alto valore aggiunto come metalli e carta, che i riciclatori ricavano dai rifiuti in quantità crescenti, anche per effetto dell’incremento delle raccolte differenziate, ma che il mercato europeo oggi assorbe solo in minima parte. Appena il 12% delle materie prime utilizzate dall’industria europea proviene infatti dal riciclo, ricorda EuRIC, mentre tutto quello che l’UE non assorbe viene inviato verso Paesi terzi, soprattutto nel far east: 17,4 i milioni di tonnellate di scarti in ferro esportati dall’UE nel 2020 secondo Eurostat, seguiti da 6,1 di carta e cartone. Destinazione principale per i rottami la Turchia, mentre per la carta il primato va all’India seguita dall’Indonesia. Di fronte a un simile squilibrio tra domanda e offerta interna, il timore dei riciclatori è che il divieto all’export extra UE si traduca in un surplus sul mercato dell’Unione e in un conseguente crollo delle quotazioni dei materiali tale da compromettere la sostenibilità economica delle attività di riciclo. Stando a un sondaggio condotto dall’associazione il 70% dei produttori di carta riciclata prevede cali nel fatturato, mentre tra i riciclatori di metalli l’80% stima una riduzione nel volume d’affari di almeno il 20%. Con ripercussioni anche sulle attività di raccolta differenziata e selezione dei rifiuti. Da qui la richiesta, avanzata nei giorni scorsi da EuRIC, di introdurre in parallelo con le nuove norme sull’export, se queste resteranno quelle disegnate dall’esecutivo di Bruxelles, anche obiettivi minimi di contenuto riciclato nelle nuove produzioni.

Sul fronte opposto della barricata, acciaierie e cartiere – coi bilanci già erosi dalla crisi dell’energia – plaudono invece all’impostazione adottata dalla Commissione, considerando il giro di vite sulle esportazioni di materia riciclata come atto imprescindibile per garantirne la disponibilità sul mercato interno necessaria ad accompagnare la transizione circolare dell’industria europea. Nel 2020 in Europa il 73,6% della carta e il 57,6% dell’acciaio, dicono le imprese, sono stati realizzati utilizzando materia riciclata, ma la transizione, già minacciata dai costi dell’energia, rischia di essere azzoppata anche dalla concorrenza sleale. Il pericolo, sostengono infatti i produttori di carta e acciaio, rappresentati rispettivamente dalle lobby di settore CEPI ed Eurofer, è che finendo in Paesi che non rispettano gli stessi standard di sostenibilità dell’Unione, maceri e rottami possano essere trasformati in prodotti a basso costo alimentando così fenomeni di duping ambientale. Ecco perché nelle scorse settimane Eurofer ha sollecitato una modifica del regolamento in senso ancora più restrittivo anche per le destinazioni che godano dello status di paese OCSE, che la proposta di Bruxelles considera invece come garanzia di rispetto dei parametri minimi di salvaguardia ambientale e sociale. Il riferimento, neanche troppo implicito, è alla Turchia, principale acquirente mondiale di rottame di ferro, la cui domanda influenza il prezzo sul mercato europeo. A inizio settembre l’associazione delle acciaierie ha incontrato i rappresentanti dell’ala verde dell’europarlamento sollecitando l’introduzione di controlli più rigidi, sul modello di quelli già adottati dall’Italia causa invasione russa in Ucraina, e in vigore in via temporanea fino al prossimo 31 dicembre.

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