Roma: Muraro lascia, restano le falle nel ciclo rifiuti


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È durata poco più di cinque mesi l’esperienza di Paola Muraro alla guida dell’assessorato alla sostenibilità ambientale di Roma Capitale, culminata questa notte con l’annuncio delle dimissioni a seguito della notifica di un avviso di garanzia nell’ambito dell’inchiesta condotta dalla procura capitolina su presunte irregolarità nella gestione del pattume romano. Cinque mesi che definire travagliati è quasi un eufemismo, inaugurati a luglio con i due blitz in diretta Facebook all’impianto Tmb di Rocca Cencia e alla sede della municipalizzata Ama, che avevano dato la stura al violento scontro con l’allora ad della municipalizzata Daniele Fortini, accusato all’epoca dalla Muraro di essere uno dei principali responsabili della emergenza rifiuti che in quegli infuocati giorni d’estate rischiava di sommergere Roma e con lei la neonata giunta comunale guidata dalla sindaca Virginia Raggi.

Il manager toscano si sarebbe dimesso qualche giorno dopo quei blitz, non prima però di affidare ai membri della Commissione bicamerale ecomafie un ultimo, pesantissimo atto d’accusa nei confronti dell’ormai ex assessora. «La dottoressa Muraro aveva un ruolo centrale nell’azienda, è stata influente - aveva dichiarato in quell’occasione – per dodici anni è stata responsabile della validazione della qualità dei rifiuti in ingresso e in uscita dai Tmb, non una semplice consulente incaricata di verificare le Aia». Tesi sposata anche dagli inquirenti della procura di Roma, secondo i quali la Muraro, agendo come un vero e proprio dirigente, negli anni della gestione Ama targata Panzironi-Fiscon e fino alla sua nomina ad assessore avrebbe danneggiato Ama per favorire interessi privati. Accuse pesanti dalle quali la Muraro si è sempre schermita, forte fino a questa notte dell’appoggio di Virginia Raggi.

«Sono tranquilla e convinta di riuscire a dimostrare la mia totale estraneità ai fatti» ha dichiarato oggi la Muraro in una nota. Ma la sensazione è che il rinvio a giudizio per reati legati all’articolo 256 del Codice dell’ambiente – gestione dei rifiuti non autorizzata – sia ormai dietro l’angolo. Al centro delle indagini coordinate dal procuratore aggiunto Alberto Galanti la gestione dei due Tmb di Ama a Rocca Cencia e sulla via Salaria, per i quali la Muraro ha svolto a lungo il ruolo di supervisore degli impianti e responsabile Ippc, ovvero controllore della qualità dei rifiuti in uscita. Secondo la procura, gli impianti avrebbero funzionato per anni in maniera non conforme alla norma, producendo alla fine del trattamento scarti difformi da quanto previsto nelle autorizzazioni ambientali. Una delle ipotesi è che Muraro, in concorso con altri soggetti interni ad Ama, abbia fatto in modo che gli impianti continuassero a funzionare poco e male al fine di favorire una serie di imprese private. Prime fra tutte quelle riconducibili alla galassia di Manlio Cerroni, ras della discarica di Malagrotta, in attesa di giudizio nell’ambito di un processo per associazione a delinquere finalizzata al traffico di rifiuti.

Se Muraro va, restano invece le falle nel ciclo di gestione dei rifiuti capitolini, legato al filo sottilissimo dei conferimenti fuori regione (o addirittura fuori nazione, come nel caso delle 160mila tonnellate di rifiuti indifferenziati che nelle prossime settimane dovrebbero finire ad incenerimento in Austria e Germania). Poche e di limitato impatto le misure messe in campo in questi cinque mesi dall’ex assessora, tra le quali spiccano il potenziamento della raccolta porta a porta per le utenze non domestiche, l’apertura di nuove isole ecologiche e l’introduzione di un sistema di tracciabilità dei rifiuti edili. Provvedimenti che serviranno più a spingere i numeri della raccolta differenziata – attualmente intorno al 40% – che a mettere in piedi una vera e propria strategia industriale capace di rendere autosufficiente la gestione del pattume a Roma, recuperando materia preziosa dai rifiuti e scongiurando il rischio, sempre dietro l’angolo, di nuove emergenze.

Secondo il think-tank Was, infatti, anche se arrivasse a toccare quota 50% di differenziata per potersi dire autonoma nella gestione dei propri rifiuti urbani Roma avrebbe bisogno di nuovi impianti di gestione dell’organico pari a 255mila tonnellate l’anno; di impianti per la selezione della raccolta differenziata da 511mila tonnellate e di nuovi impianti Tmb per l’indifferenziata per un ammontare di 313mila tonnellate l’anno. Senza dimenticare che, secondo il Ministero dell’Ambiente, l’intero Lazio dovrebbe dotarsi di impianti capaci di soddisfare un fabbisogno di incenerimento residuo pari a 210mila tonnellate annue. Un invito respinto al mittente tanto dal governatore regionale Nicola Zingaretti quanto dalla sindaca Virginia Raggi, alla quale adesso, assunta ad interim la delega all’ambiente, toccherà navigare da sola sulla rotta verso il sogno a cinque stelle di una Roma “zero waste“.

 

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