Crisi dei fertilizzanti, dalla cenere dell’Etna una risposta circolare

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Mario Catalano
08/04/2026

Nel 2022 la Regione Siciliana ha speso 15 milioni per smaltire la cenere vulcanica, oggi candidata a diventare fertilizzante grazie alla ricerca del CNR. L’AetnAsh migliora rese agricole, riduce l’uso di input chimici e apre nuove opportunità industriali per il territorio. Per lo sviluppo della filiera resta decisivo un intervento normativo che consenta il passaggio da rifiuto a prodotto


Nel 2022 la Regione Siciliana ha sostenuto costi per 15 milioni di euro per smaltire la cenere dell’Etna come rifiuto. Un capitolo di spesa che, sfruttando le leve dell’economia circolare e con i giusti interventi regolatori, potrebbe presto diventare fonte di guadagno. Con benefici economici e ambientali per l’intera isola. Recuperando il frutto di conoscenze antiche e aggiornandole con i moderni strumenti della ricerca scientifica, un team del CNR di Palermo ha dimostrato infatti che la polvere vulcanica è in realtà un fertilizzante minerale d’eccellenza. Grazie alla sua capacità di aumentare le rese agricole e contrastare il cambiamento climatico, la cenere vulcanica si trasforma da costo a preziosa risorsa. Con un nome che è già brand pronto per il mercato internazionale: ‘AetnAsh’. Un antidoto circolare e ‘made in Italy’ alla crisi del mercato dei fertilizzanti innescata dalle turbolenze dello scenario globale, dal conflitto in Ucraina alle tensioni in Medio Oriente.

Tutto parte dall’intuizione di un siciliano residente in Germania, “Giuseppe Tizza, professore di lettere italianista che ci contatta proprio dalla Germania dopo aver letto i nostri studi di bioeconomia, chiedendo il supporto del CNR per veicolare al mercato la cenere lavica dell’Etna”, racconta a Ricicla.tv Mario Pagliaro, coordinatore della ricerca. Partendo da quello spunto, il team del CNR di Palermo ha avviato “una revisione di livello globale che identificasse tutti gli studi che confermavano o meno le proprietà fertilizzanti della cenere lavica”, prosegue. Un lavoro culminato nel 2022 con la pubblicazione di un articolo di “enorme impatto” dice Pagliaro, tanto da “riattivare gli studi in questo senso, che hanno tutti confermato le proprietà fertilizzanti delle ceneri laviche presenti nel mondo, e anche dei basalti”. A quel punto arriva il battesimo della cenere, con “un nome elegante, AetnAsh, che è una crasi tra la parola latina per indicare l’Etna e Ash, che è la parola anglosassone per indicare la cenere”. L’obiettivo, ora, è “dare la possibilità finalmente alla a Sicilia di cominciare a produrre e veicolare sul mercato la cenere lavica come fertilizzante”.

Ma cosa rende questa cenere così speciale? I ricercatori definiscono l’AetnAsh un ‘fertilizzante minerale multifunzionale’ il cui segreto risiede in quattro meccanismi d’azione sinergici. Rilascia oligoelementi preziosi che vivificano il terreno. Fissa l’anidride carbonica dall’aria trasformandola in sostanze nutrienti. Agisce come una spugna trattenendo l’acqua durante i periodi di siccità, e infine stimola la pianta a produrre più polifenoli e terpeni migliorandone profumo e colore. “Benefici enormi – spiega Pagliaro, secondo cui AetnAsh – consente sostanzialmente di eliminare i fertilizzanti organici o inorganici che vengono utilizzati nell’agricoltura convenzionale”. Con applicazioni sia in campo aperto che in serra. Dalle “colture massive come grano o orzo all’ortofrutta fino alle colture floreali”, chiarisce il ricercatore.

In più, le ricerche hanno dimostrato che le ceneri laviche o le polveri di basalto “che poi sono praticamente lo stesso lo stesso materiale – aggiunge Pagliaro – hanno la capacità di aumentare la resistenza delle piante ai parassiti e agli agenti patogeni”. Insomma, meno fertilizzanti di sintesi ma anche meno fitofarmaci, con una riduzione netta dei costi di approvvigionamento e delle pressioni ambientali su terreni e colture.

La logistica per trasformare questa risorsa in un prodotto commerciale è tutta da costruire, ma con il minimo sforzo. “La Regione Siciliana è nata un anno prima della Repubblica Italiana – spiega Pagliaro – e un articolo del suo statuto le riconosce la proprietà di tutti i minerali e le miniere presenti sul territorio, inclusa la cenere lavica che cade sul terreno dopo le eruzioni vulcaniche”. Tra il 1998 e il 2008 l’Etna ha espulso tra i 40 e i 53 milioni di tonnellate di materiale. Spesso i Comuni stoccano queste quantità immense in grandi capannoni industriali perché non sanno dove smaltirle. Il piano del CNR è chiaro: raccogliere questo materiale, ridurlo in polvere micrometrica attraverso mulini meccanici e metterlo in sacchi, pronti per l’esportazione verso tutto il bacino del Mediterraneo, il Medio Oriente e il Nord Africa.

Per avviare la filiera dell’AetnAsh, prosegue Pagliaro, serve però soprattutto un intervento sul piano regolatorio, un provvedimento ‘end of waste’ che sottragga la cenere allo status di rifiuto e le attribuisca quello di prodotto a tutti gli effetti. “È sufficiente che la Regione Siciliana emetta un semplice regolamento per la produzione, vi apponga un marchio e chieda ai soggetti che la commercializzeranno una royalty nell’ordine del 20%, come quella pagata dai produttori di petrolio e gas naturale”.

Non è solo questione di business, naturalmente, ma anche di resilienza e sostenibilità ambientale delle filiere agricole. In un momento in cui le catene di fornitura mondiali di fertilizzanti sono in crisi, l’AetnAsh si presenta come una soluzione autarchica e green. Con ampi margini di innovazione. La raccolta della cenere, ad esempio, potrebbe persino diventare tecnologica grazie a una proprietà fisica inaspettata delle polveri vulcaniche, il ‘paramagnetismo’. “È sufficiente avvicinare un potente magnete alla cenere vulcanica perché questa rimanga attaccata. Questo suggerisce che è facilissimo raccoglierla, non solo dopo la caduta, quindi dopo una grande eruzione, ma anche dove è già presente, nei territori immensi dell’Etna”. Una autentica miniera diffusa che aspetta solo di essere riscoperta.

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