Isin: in Italia oltre 30mila metri cubi di rifiuti radioattivi

di Elvira Iadanza 14/07/2025

nucleare

La Relazione annuale presentata al Governo e al Parlamento dall’Ispettorato nazionale per la sicurezza nucleare evidenzia la necessità di un deposito nazionale


In Italia sono presenti complessivamente 32.663 m3 di rifiuti radioattivi, dati relativi al dicembre del 2023 e pubblicati dall’Isin all’interno della Relazione annuale fornita al Governo e al Parlamento dall’Ispettorato nazionale per la sicurezza nucleare.

La maggior parte – sottolinea l’Isin – sono ancora da sottoporre a processi di trattamento e condizionamento al fine di renderli idonei al trasferimento al deposito nazionale, che però non è ancora stato individuato. Di questi rifiuti “sulla base dei dati forniti dagli esercenti dei depositi autorizzati la quantità di rifiuti di origine medico-industriale al dicembre 2023 stimata è di circa 6.615 m3, per una attività di 1.355 GBq”. A questi dati, aggiunge l’Ispettorato “si aggiungeranno nel prossimo futuro i rifiuti generati dalle operazioni di smantellamento delle installazioni nucleari, classificabili prevalentemente ad attività bassa o molto bassa, e attualmente stimati in circa 48.000 m3”.

Non solo, bisogna ricordare anche i rifiuti radioattivi italiani conservati temporaneamente all’estero in Inghilterra e Francia. “Si tratta – scrive l’Isin – di circa 35,87 m3 ad alta attività e circa 47,58 m3 a media attività al netto del volume dei contenitori da utilizzare per trasportare questi rifiuti in Italia, che si prevede corrisponderà a un volume effettivo lordo comprensivo dei contenitori metallici di trasporto e stoccaggio (cask) di circa 780 m3”.

Una delle sfide più importanti per il nostro Paese resta quella di individuare un’area per la costruzione del deposito nazionale, poiché i rifiuti radioattivi, “ivi compreso il combustibile esaurito considerato come rifiuto – scrive l’Isin – richiedono il contenimento e l’isolamento dall’uomo e dall’ambiente nel lungo periodo“.

Per questo, evidenzia l’Ispettorato “la perdurante assenza del deposito nazionale dei rifiuti radioattivi non consente all’Italia di completare le fasi della gestione dei rifiuti radioattivi dalla generazione fino allo smaltimento”. Considerazioni alla luce delle quali appare evidente quanto sia necessario individuare dove sorgerà il primo deposito nazionale italiano. La proposta di Carta Nazionale delle Aree Idonee (CNAI) è tuttora oggetto di Valutazione Ambientale Strategica, anche se le circa 50 località indicate hanno già tutte manifestato la propria indisponibilità ad accogliere la struttura. Senza dimenticare che anche il tentativo del governo di aprire a nuove autocandidature è andato a vuoto, allungando ulteriormente i tempi per la realizzazione dell’opera. Proprio il ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin lo scorso anno, in audizione alle commissioni Ambiente e Attività produttive della Camera, aveva chiarito che “in base alle stime attuali, si potrà ottenere l’autorizzazione unica per il deposito nazionale delle scorie nucleari nel 2029, con la messa in esercizio prevista entro il 2039“.

Il volume delle diverse tipologie di rifiuti radioattivi destinati alle strutture del deposito nazionale dipenderà dal processo di trattamento e di condizionamento utilizzato, che costituisce “una priorità per la corretta messa in sicurezza dei rifiuti radioattivi, al fine di ridurne la pericolosità e generare un manufatto qualificato idoneo a tutte le fasi successive della loro gestione” scrive Isin. Fino ad oggi, infatti, i rifiuti derivanti dal passato esercizio degli impianti e dalle operazioni di mantenimento in sicurezza, nonché dalle operazioni propedeutiche allo smantellamento, continuano a essere stoccati in depositi temporanei allestiti nei siti dove sono prodotti e per la gran parte non sono stati ancora sottoposti alle operazioni di trattamento e di condizionamento necessarie per renderli atti al trasporto e allo smaltimento definitivo in sicurezza.

Secondo l’Isin, sulla base dei dati dell’inventario disponibili a dicembre 2023 i rifiuti sottoposti a condizionamento corrispondono in via approssimativa al 29% dei circa 32.663 m3 di rifiuti presenti nelle installazioni nucleari italiane. Ciò che ancora non è stato trattato “rappresenta una criticità costantemente all’attenzione delle attività di controllo e vigilanza” per l’Ispettorato, considerando anche che sebbene “nelle installazioni nucleari esistenti sono stati realizzati anche nuovi depositi temporanei adeguati rispetto ai requisiti di sicurezza più avanzati” per portare avanti le attività di disattivazione dei siti in dismissione “sono utilizzate anche strutture di deposito temporaneo vetuste che, per poter soddisfare i necessari requisiti di sicurezza, devono essere sottoposte a un costante monitoraggio, a continui miglioramenti tecnici e adeguamenti alle soluzioni tecnologiche e impiantistiche più recenti e innovative”. Proprio per questo, ribadisce l’Ispettorato “emerge sempre di più la necessità di un adeguamento di tali depositi sia in termini volumetrici sia in termini strutturali e impiantistici”.

Per quanto riguarda i rifiuti radioattivi del comparto non energetico, quelli, quindi, prodotti da attività industriali, di ricerca e medico-sanitarie, delle sorgenti radioattive dismesse e quelle rinvenute incustodite ,sono stoccati presso depositi temporanei gestiti da operatori privati nell’ambito del Servizio Integrato la cui gestione è posta in capo all’ENEA, che si avvale della sua partecipata Nucleco S.p.A.

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