Il Senato ha approvato la legge di conversione del decreto Pnrr con i nuovi criteri tecnici che stabiliscono quando piatti, posate e cannucce in plastica sono reimpiegabili (e quindi commercializzabili). Un assist all’industria delle bioplastiche. Ma non mancano i dubbi
L’Italia prova a porre un freno al fenomeno del cosiddetto ‘falso riutilizzabile’ nel mercato degli imballaggi in plastica. E a lanciare al tempo stesso un assist alla filiera nazionale delle bioplastiche. Lo fa con la legge di conversione del decreto Pnrr, approvata in via definitiva dal Senato, che introduce le caratteristiche tecniche che prodotti come piatti, posate, cannucce e agitatori per bevande in plastica tradizionale dovranno avere per poter “garantire effettivi molteplici utilizzi per gli stessi scopi per cui sono stati concepiti” ed essere quindi commercializzati senza ricadere nei divieti introdotti dalla direttiva europea sulle plastiche monouso.
I criteri, introdotti con un emendamento presentato alla Camera dalla Lega (e caldeggiato dalla vice ministro dell’Ambiente Vannia Gava), diventeranno operativi decorso un anno dall’entrata in vigore della legge di conversione. Ma quali sono, concretamente, le caratteristiche che i prodotti in questione dovranno rispettare per poter essere considerati riutilizzabili? Per quanto riguarda i piatti, i criteri individuati sono due: il diametro e il peso. Le stoviglie con diametro inferiore a 19 centimetri dovranno avere un peso superiore a 45 grammi, quelle con diametro compreso tra 19 e 24 centimetri dovranno superare gli 80 grammi, infine, i piatti con diametro superiore a 24 centimetri dovranno pesare più di 110 grammi. Per posate, cannucce e agitatori per bevande, invece, il parametro di riferimento sarà il rapporto tra peso e lunghezza, che dovrà risultare superiore a 0,5 grammi per centimetro.
L’intervento punta a correggere una serie di distorsioni nate con la messa al bando delle plastiche monouso ad opera della direttiva europea SUP (Single Use Plastics). La vendita di piatti, bicchieri e cannucce in plastica monouso, insieme ad altri articoli come i cotton fioc, è infatti vietata in tutta Europa già dal 3 luglio 2021. Da allora, tuttavia, sul mercato italiano si è progressivamente diffusa una categoria di prodotti etichettati come ‘riutilizzabili’, ma caratterizzati da prezzi competitivi e spesso simili in tutto e per tutto ai prodotti monouso messi al bando. Di fatto un modo per aggirare il divieto
A lanciare l’allarme in questi anni sono state soprattutto le imprese del settore del monouso in plastica biodegradabile e compostabile. Secondo Assobioplastiche nel 2024 il mercato nazionale delle plastiche di origine biologica ha raggiunto un valore di 704 milioni di euro, registrando però una contrazione, con un fatturato in calo del 15,4% rispetto al 2023. Tra i segmenti più colpiti figura proprio quello del monouso, che ha visto i ricavi diminuire di oltre il 10% rispetto all’anno precedente. Secondo il presidente dell’associazione Luca Bianconi sulla contrazione dei ricavi avrebbe inciso in modo significativo proprio la concorrenza sleale delle stoviglie ‘pseudo-riutilizzabili’ ampiamente diffuse sul mercato italiano.
Partendo da queste distorsioni, le associazioni dei produttori di plastiche green hanno chiesto interventi concreti e le risposte sono arrivate già a partire dal 2025. Il provvedimento appena approvato dal Senato, infatti, era stato messo in consultazione a livello europeo la scorsa estate, raccogliendo anche alcune valutazioni critiche. Tra queste, quella di European Plastics Converters (EuPC), l’associazione europea dei trasformatori di materie plastiche, che pur accogliendo positivamente l’iniziativa italiana ha sottolineato come “limitare la valutazione della riutilizzabilità degli articoli in plastica a contatto con gli alimenti esclusivamente a parametri quali peso e forma è insufficiente e non rispecchia gli standard e le specifiche tecniche esistenti, necessari per garantire la qualità, la sicurezza e la durabilità di prodotti realmente riutilizzabili”.
I criteri tecnici per arginare il finto riutilizzabile in plastica sono solo l’ultimo, in ordine di tempo, di una serie di interventi politici e regolatori che puntano a mettere in sicurezza la filiera italiana delle bioplastiche, leader a livello europeo con una quota di mercato compresa tra il 30 e il 40%. Un settore considerato strategico, da difendere anche a costo di scontrarsi con il resto d’Europa. Com’è accaduto proprio in occasione del recepimento della direttiva SUP, quando il governo allora in carica ha previsto l’esenzione dei prodotti monouso in plastica compostabile dal divieto di commercializzazione europeo. Deroga che è tra le cause di una procedura europea d’infrazione, aperta ai danni dell’Italia nel 2024 e tuttora in corso.
Sempre in tema di deroghe, solo pochi giorni fa l‘Italia ha inoltre avviato a consultazione in Europa una proposta di modifica del Testo Unico Ambientale per esentare il monouso in plastica biodegradabile dai nuovi divieti di commercializzazione previsti dal regolamento europeo sugli imballaggi monouso in plastica tradizionale, imponendo la compostabilità obbligatoria per categorie di prodotto come bustine per salse e condimenti e sacchetti per prodotti ortofrutticoli sotto gli 1,5 kg di peso. Se realizzati in plastica tradizionale questi imballaggi non potranno più essere commercializzati dal 1 gennaio 2030, ma l’obiettivo dell’Italia è quello di esentarli dal divieto se realizzati in plastica compostabile. La proposta resterà in consultazione fino al 7 luglio, poi dovrà essere adottata formalmente con un provvedimento normativo. Ma sarà necessario accelerare i tempi: gli Stati membri possono infatti introdurre obblighi di compostabilità solo fino alla data di applicazione del nuovo regolamento sugli imballaggi, fissata al prossimo 12 agosto.





