Fortini e gli ecodistretti: un bilancio, nel giorno dell’addio


RIFIUTI

Il giorno dell’addio, alla fine, è arrivato. Finisce oggi dopo due anni l’esperienza di Daniele Fortini al vertice di Ama, la municipalizzata romana responsabile dell’igiene urbana, con la capitale sul baratro dell’emergenza rifiuti, tra i veleni di uno scontro politico a tutto campo, nel mezzo di ben due indagini della Procura di Roma su presunte irregolarità nella gestione del ciclo ordinario dei rifiuti capitolini e di un’istruttoria dell’Autorità nazionale anti-corruzione sulla gestione degli appalti di Ama. Finisce, invertendo l’ordine di uno dei più famosi versi di Thomas Eliot, non con un sussurro ma con un boato. Quello delle dichiarazioni di martedì sera ai membri della commissione bicamerale Ecomafie, che per quattro ore hanno ascoltato il manager toscano tracciare un quadro inquietante del ciclo romano del pattume.

Un ciclo che, ha raccontato Fortini, è chiamato ogni giorno a gestire 5mila tonnellate di rifiuti di cui 3mila indifferenziate ma che, semplicemente, «non c’è, non esiste», tenuto in equilibrio precario dai quattro, insufficienti impianti di trattamento meccanico-biologico e dai conferimenti in appoggio ad impianti di smaltimento dentro e fuori i confini regionali. «Motivo per cui ogni volta che si intasa anche uno solo dei 62 impianti che utilizziamo in 10 Regioni italiane o nei 3 Stati esteri, i rifiuti rimangono in strada». Com’è successo nelle ultime settimane. Come succede, ciclicamente, ormai da anni.

Oltre ad essere insufficienti, ha spiegato Fortini, i Tmb «producono rifiuti da rifiuti» costringendo la città a dipendere da impianti di smaltimento come discariche ed inceneritori e impedendo la messa a punto di politiche che puntino sul recupero di materia da rifiuti. Come il progetto degli ecodistretti, presentato a marzo del 2015 proprio da Fortini allo scopo di sostituire progressivamente i Tmb con impianti per la valorizzazione dei materiali differenziati e con apparecchiature all’avanguardia per recuperare materia preziosa dall’indifferenziato. «Per costruire un impianto da 100mila tonnellate annue di rifiuti indifferenziati con tecniche moderne occorrono 35 milioni di euro. Incenerirli costerebbe 3 volte di più».

Non è d’accordo il ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti, che invece vede proprio nella costruzione di un nuovo inceneritore – da 210mila tonnellate, secondo quanto sancito nel piano di ricognizione funzionale all’attuazione del decreto “Sblocca Italia” – la sola possibile via d’uscita dalla cronicità delle emergenze romane. Niente da fare, ribatte oggi il presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti. «Sulla base del fabbisogno e della raccolta differenziata e dell’impiantistica, confermo che non si reputa necessaria l’apertura di una procedura per un nuovo termovalorizzatore» ha detto, annunciando un piano d’investimenti da 140 milioni per il biennio 2014-2016 a supporto della raccolta differenziata. Che non occorresse un nuovo inceneritore, del resto, la Regione lo aveva già stabilito ad aprile con una delibera per la determinazione del fabbisogno impiantistico regionale. La stessa delibera nella quale si dichiara che gli impianti di trattamento biologico operanti nel territorio regionale non solo sono sufficienti per le esigenze di trattamento dei rifiuti indifferenziati, ma «anzi – si legge nella delibera – si può ipotizzare una possibile riconversione parziale e progressiva negli impianti Tmb esistenti in modo che la parte utilizzata per il trattamento biologico del residuo organico della separazione del rifiuto indifferenziato possa essere utilizzato per il trattamento della frazione organica da raccolta differenziata». Considerazioni che sembrano prese pari pari dal progetto degli ecodistretti. Peccato però che quel progetto si sia arenato quasi subito.

La prima fase del piano, infatti, prevedeva la costruzione a Rocca Cencia di un impianto di compostaggio da 50mila tonnellate. Partita nell’aprile dello stesso anno è però affondata immediatamente nelle sabbie mobili dell’iter autorizzativo regionale. «Contiamo di arrivare ad una definizione conclusiva nel mese di settembre» ha dichiarato oggi Zingaretti. Ed è probabile che alla fine, complice anche la sovraesposizione mediatica di queste settimane, il via libera arrivi davvero. Ma la verità è che sul progetto degli ecodistretti nessuno – né in Regione né tanto meno nelle stanze del Campidoglio post Ignazio Marino – ha mai puntato più di tanto. E adesso quel progetto, nonostante le rassicurazioni di Zingaretti, pare destinato a scomparire insieme con Fortini. Era troppo ambizioso? Può darsi. Utopistico? Per Roma sicuramente. E allora tanto vale lasciare tutto com’è, deve aver pensato chi invece quell’idea avrebbe potuto sostenerla ed accompagnarla. «La colpa dell’emergenza – ha detto Fortini – non è di Ama ma di chi in questi anni non ha realizzato gli impianti», chiamando forse in causa – accanto a chi negli ultimi 40 anni ha amministrato Roma e il Lazio senza mettere in piedi soluzioni alternative ai conferimenti in discarica – proprio il governatore regionale.

E in effetti il dibattito sul futuro del ciclo rifiuti a Roma ha visto i due posizionarsi spesso su fronti contrapposti: come nel caso della gara per il trasporto fuori regione di 160mila tonnellate di indifferenziato, bandita da Fortini proprio allo scopo di alleggerire il carico quotidiano diretto ai Tmb e avviare così le prime attività di manutenzione e rifunzionalizzazione degli impianti. Se non per mutarne la funzione, quanto meno per metterli in condizione di lavorare meglio. Vinto a febbraio dalla tedesca Enki, l’appalto è stato però bloccato proprio dalla Regione, che ha scelto di non concedere le autorizzazioni al trasporto verso Germania ed Austria temendo che il ricorso ai conferimenti fuori dai confini nazionali potesse compromettere le trattative per la chiusura della procedura europea d’infrazione sulle inefficienze del ciclo rifiuti regionale. E non è escluso che il blocco all’export voluto da Zingaretti abbia potuto in qualche misura contribuire al fallimento di un’altra gara d’appalto per i conferimenti fuori Regione, lanciata da Ama a gennaio di quest’anno e andata deserta. Una gara monstre da 450mila tonnellate (quel che restava delle 600mila tonnellate messe a gara a dicembre 2015 ed aggiudicate solo in parte da Enki) sul modello di quelle bandite nel 2011 a Napoli sempre da Fortini, all’epoca amministratore della municipalizzata partenopea Asia, alle prese quell’anno con l’ennesima emergenza rifiuti. Emergenza che somiglia molto a quella che in questi giorni sta seppellendo Roma sotto cumuli di sacchetti maleodoranti.

In quell’occasione, però, l’affare si fece: le navi salparono per l’Olanda cariche di migliaia di tonnellate di rifiuti (in due anni avrebbero complessivamente preso la via del mare 248mila tonnellate di spazzatura, con un risparmio sui costi di smaltimento stimato in circa 6 milioni di euro) e la città tornò a respirare dopo mesi di emergenza e sacchetti in strada. Eppure, si dirà, per la Campania è scattata la maxi multa europea. Certo, ma non per le spedizioni via mare. La condanna della Corte di giustizia, con il sue carico di sanzioni pecuniarie, è arrivata perchè una volta partiti i rifiuti, nessuno – né la Regione, né le Province né tanto meno i Comuni – si è dimostrato capace, nell’arco di quasi cinque anni, di mettere in piedi anche il più elementare degli impianti di trattamento o smaltimento dei rifiuti urbani. Cosa sarebbe successo a Roma se la Regione avesse dato il via libera non solo all’appalto Enki, ma anche alla costruzione dell’impianto per l’organico a Rocca Cencia e, più in generale, se avesse davvero supportato il progetto degli ecodistretti e la rifunzionalizzazione dei Tmb? Avremmo avuto comunque i rifiuti in strada? E l’Ue? Sarebbe davvero stata così inflessibile, o avrebbe valutato nel merito gli sforzi per mettere in piedi un ciclo di gestione dei rifiuti alternativo allo smaltimento e basato sul recupero, considerando i trasporti all’estero come un passaggio necessario a guadagnare tempo e spazio di manovra sufficienti a mettere mano al rinnovo del parco impianti?

Domande alle quali, ad ogni modo, nessuno potrà dare risposta. Oggi Fortini lascia. «Lascio perchè non ho mai fatto sconti a nessuno» dichiarava qualche giorno fa ai microfoni di Ricicla.tv. E di sconti, in effetti, nei due anni alla guida di Ama non ne ha fatti. Non ha risparmiato il nemico di sempre, Manlio Cerroni, il “supremo”, con il quale ha ingaggiato sin dal suo arrivo in azienda una lunga tenzone sfociata nell’interruzione dei conferimenti al tritovagliatore del Colari («un imbroglio»). Conferimenti per i quali il “re” di Malagrotta avrebbe preteso di fissare unilateralmente tariffe di conferimento fuori mercato sulle quali, al momento, sta cercando di fare chiarezza la Procura di Roma. Non ha risparmiato, Fortini, le procedure di affidamento dei servizi, passando dal dominio degli appalti conferiti in via diretta alla trasparenza delle gare ad evidenza pubblica. Non ha risparmiato i “raccomandati” assunti ai tempi spensierati della Parentopoli di Franco Panzironi, tagliando 37 dipendenti e 23 autisti. Non ha risparmiato neppure gli operatori Ama, dando un giro di vite ai controlli per malattia e alle azioni anti-assenteismo e lanciando l’installazione a bordo dei mezzi di raccolta di un sistema di tracciabilità in tempo reale del tragitto percorso. Al suo fianco, nel complesso processo di riorganizzazione di Ama, per due anni c’è stato il direttore generale Alessandro Filippi, un presidio di legalità ed incorruttibilità secondo Fortini. E infatti a marzo Filippi si dimette, «fatto fuori» spiega l’ex ad di Ama proprio perchè, come lui, si ostinava nel “fastidioso” tentativo di ricostruire le fondamenta di una società indebolita da anni di totale asservimento a potentati politici e consorterie criminali.

Orfano di Filippi, Fortini è andato avanti. Quattro mesi con il commissario Tronca, poi le urne, la nuova giunta guidata da Virginia Raggi e, infine, il blitz della neo-assessora all’Ambiente Paola Muraro negli uffici dell’Ama. Con quella strigliata in diretta Facebook che ha rappresentato il primo atto di una resa dei conti che, con ogni probabilità, continuerà anche dopo le dimissioni di Fortini. Quasi sicuramente nelle aule di tribunale. Nel frattempo toccherà aspettare il prossimo 5 settembre per conoscere cosa racconteranno ai membri della commissione bicamerale Ecomafie Virginia Raggi e Paola Muraro. L’assessora che secondo Fortini «non era una semplice consulente, ma una persona influente». L’ex consulente che il toscano ha accostato a soggetti plurindagati e a condotte poco trasparenti nella gestione di Ama. La stessa che voci sempre più insistenti vorrebbero prossima all’iscrizione nel registro degli indagati in relazione alle inchieste condotte dal sostituto procuratore di Roma Alberto Galanti sui Tmb della municipalizzata. «Non si può spacciare omertà per legalità – ha detto Fortini – se la Muraro ha visto durante il suo periodo di consulenza presunte truffe e non le ha denunciate questo non va bene».

Nell’attesa che Ama si doti di una nuova governance – imminente ormai l’arrivo del bocconiano Alessandro Solidoro – resta da fare i conti con la spazzatura per strada. «C’è un piano condiviso che va avanti – dice l’ex numero uno della municipalizzata – entro il 20 agosto le cose dovrebbero migliorare perchè si stanno svuotando le vasche ma c’è un problema infrastrutturale pesante e finchè non si risolve la questione impianti Roma sarà sempre ostaggio». Oggi la sindaca incontrerà il governatore Zingaretti e a tenere banco saranno, naturalmente, i rifiuti della capitale. Chissà se uno dei due oserà accennare al progetto degli ecodistretti, o se si preferirà seppellirlo sul fondo di qualche cassetto e battere diverse e meno utopistiche strade. Manlio Cerroni, del resto, è lì che aspetta, pronto a novant’anni a recitare ancora una volta la parte del salvatore della patria. Nel frattempo, scomodando ancora una volta Eliot, Roma resta capitale della “wasteland” italiana, e per i suoi cittadini – così come per quelli di Puglia, Liguria, Sicilia, della Campania e di tante altre realtà da Nord a Sud della Penisola – resta la condanna a pagare il prezzo salato della incapacità di chi amministra la cosa pubblica ad assumersi la responsabilità di garantire strategie di gestione dei rifiuti che siano sì ambiziose, ma soprattutto coerenti e stabili. Che non cambino, cioè, ad ogni tornata elettorale, facendo dell’emergenza la normalità e spianando la strada ai “benefattori” di turno, quando non a veri e propri consorzi criminali.

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