Fanghi da depurazione, oltre il 50% finisce in discarica

Nei reflui c’è un tesoro che l’Italia non riesce a sfruttare e che finisce in discarica. Eppure, spiega Donato Berardi, direttore di Ref Ricerche “dai fanghi si possono recuperare energia e materia, risorse nobili al servizio della bioeconomia”

Potremmo trasformarli in fertilizzanti come azoto e fosforo, oppure in carburante verde e energia pulita. E invece continuiamo a smaltirli in discarica. Nei fanghi da depurazione c’è un tesoro, ma l’Italia non riesce ancora a sfruttarlo quanto dovrebbe, scrive il Laboratorio Ref Ricerche nel suo ultimo position paper. Ne produciamo 3,1 milioni di tonnellate all’anno, spiegano i ricercatori, ma riusciamo a gestirne solo 2,9 milioni, prevalentemente smaltendoli in discarica. E visto che meglio si depurano le acque reflue e più fanghi si producono, se realizzeremo i depuratori che ancora mancano per sanare gli innumerevoli agglomerati urbani non conformi alle direttive europee, e oggetto di ben quattro procedure d’infrazione, il deficit di trattamento raggiungerà gli 1,5 milioni di tonnellate all’anno. Da colmare puntando su tecnologie innovative ed economia circolare.

Se il futuro è circolare, il presente, spiega però Ref, è una strada dritta che porta quasi sempre in discarica. Guardando nel dettaglio al dato sulla gestione, viene fuori che nel 2018 sono state avviate a recupero un milione 167mila tonnellate, pari al 40% dei fanghi prodotti, trattate principalmente in impianti di compostaggio, mentre più di un milione 642mila tonnellate, il 56,3%, sono state smaltite principalmente in discarica, con un gap tra produzione e gestione che a livello nazionale ammonta oggi a circa 200mila tonnellate. Il deficit maggiore si osserva in Campania, con oltre 122mila tonnellate non gestite mentre la Lombardia è non solo la regione dove se ne producono di più (oltre 445mila tonnellate) ma anche quella dove vengono recuperate le maggiori quantità (631mila tonnellate, comprese quelle importate da altre regioni), mentre il Lazio, al contrario è la regione dove le quantità smaltite sono più elevate (280mila) e anche quella dove è più alto il fabbisogno residuo di recupero, pari a circa 475mila tonnellate/anno, “complice – scrive Ref – un’elevata produzione di fanghi (370mila tonnellate nel 2018), a cui si aggiunge un fabbisogno residuo consistente derivante dalla mancata depurazione dei reflui (121mila tonnellate/anno), a fronte di una bassa capacità impiantistica dedicata al recupero dei fanghi di depurazione (16mila tonnellate/anno)”.

A livello nazionale, stima Ref, il completamento delle opere di collettamento e trattamento delle acque reflue nei 939 agglomerati urbani oggetto delle quattro procedure d’infrazione europee si tradurrà entro i prossimi 10 anni in una produzione complessiva di fanghi pari a oltre 4,4 milioni di tonnellate, con un deficit di trattamento che passerà dalle attuali 200mila tonnellate a 1,5 milioni di tonnellate. “Occorrerà dunque un’extra-capacità di gestione dei fanghi, che tenga conto non solo della produzione aggiuntiva ma anche della gestione e del recupero di quella parte che oggi è avviata a smaltimento”, cosa che porterà il fabbisogno totale di recupero a oltre 3,3 milioni di tonnellate. Un fabbisogno da soddisfare magari attingendo alle risorse del Next Generation Eu, che l’ultima bozza del Programma Nazionale di Ripresa e Resilienza apposta per circa 600 milioni sul capitolo dedicato ai nuovi impianti, da aggiungere agli oltre 2 miliardi mobilitati fin qui per finanziare il completamento dei sistemi di trattamento negli agglomerati in infrazione.

E se i soldi non mancano, le idee neppure, visto che l’Italia può vantare già oggi alcune delle più avanzate esperienze europee nel campo della gestione circolare dei processi di depurazione. “Gestione dell’acqua e dei rifiuti fanno parte di uno stesso ciclo industriale. Alcune esperienze innovative sul territorio nazionale mostrano che dai fanghi si possono recuperare energia e materia, risorse nobili al servizio della bioeconomia” spiega il direttore di Ref Donato Berardi. Come il progetto lanciato ufficialmente la scorsa settimana da Cap per la costruzione di una biopiattaforma a Sesto San Giovanni per la valorizzazione termica dei fanghi prodotti dai 40 depuratori gestiti dal gruppo industriale generando calore per il teleriscaldamento (75%) e fosforo come fertilizzante (25%). O come l’impianto di depurazione del Comune di Carbonera gestito da Alto Trevigiano Servizi (ATS), dove sono state implementate le tecnologie innovative sviluppate nell’ambito del progetto Horizon 2020 Smart Plant per il recupero di fanghi arricchiti di fosforo e la produzione di polidrossialcanoati, ovvero i precursori di bioplastiche biodegradabili, dalla stessa cellulosa presente nelle acque reflue e attraverso processi fermentativi.

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