Ambiente, 10 anni di Testo unico: da Galletti auguri “a due facce”


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«Un riferimento normativo ancora saldo ed effettivo all’interno del nostro ordinamento» ma che ha anche dimostrato «diversi limiti» non riuscendo a «cogliere appieno questa funzione» di «punto di riferimento fisso e determinato per le politiche ambientali».

Non è un giudizio netto, ma le ombre sembrano più profonde che mai nel ritratto dipinto dal ministro dell’Ambiente, Gian Luca Galletti, in occasione del decennale del Testo Unico Ambientale (la legge 152/2006, appunto), pretesto perfetto per dare un giudizio sulla normativa che fa da spina dorsale alla legislazione ambientale italiana.

Normativa che Galletti definisce «viziata» da difetti tanto strutturali quanto procedurali: se da una parte sono molte le norme che regolano la materia pur restando fuori dal codice, il vizio di forma per eccellenza è stato quello di intervenire sin dalla sua nascita con tantissime e continue «modifiche al codice, spesso dettate da una buona dose di congiunturalità […] anche per questioni spicciole».
Parole che suonano quantomeno stonate, dal momento che a pronunciarle è il numero uno dello stesso dicastero che poco più di un anno fa, proprio per far fronte ad una “congiuntura”, si era macchiato dell’ennesimo scempio perpetrato ai danni del Testo unico, con conseguenze pesantissime per gli addetti ai lavori. L’episodio è quello della revisione delle definizioni di “produttore” e “deposito temporaneo” di rifiuti (due dei principali parametri che regolano la vita delle aziende che in Italia producono e gestiscono rifiuti), modificate nell’estate del 2015 da ben due decreti legge, varati dal governo – di concerto con il Ministero dell’Ambiente – per correre ai ripari dopo la sentenza della Cassazione penale, emessa il 10 febbraio 2015, che aveva propiziato il sequestro di alcune aree dello stabilimento Fincantieri di Monfalcone sulle quali venivano depositati i rifiuti costituiti dai residui delle lavorazioni eseguite sulle navi in costruzione da parte di imprese subappaltatrici. Modifiche che, soprattutto nel caso della definizione di “produttore”, avevano profondamente e senza alcun preavviso alterato la disciplina vigente, già di per sè complessa, duplicando in molti casi gli adempimenti in capo alle imprese e scatenando in piena estate il panico tra gli operatori di settore. Per salvare la Fincantieri, insomma, il governo (e quindi il Ministero) avevano scelto di sacrificare sull’altare della politica l’integrità del Tua e la tranquillità delle aziende.

Proprio le imprese, tra l’altro, in più di un’occasione hanno palesato l’esigenza di rivedere quello stesso testo, eppure quando è stato stimolato sulla necessità di aggiornare l’impianto normativo ambientale il Ministero (o chi per lui) è sempre stato sfuggente sulle questioni di merito, dimostrando una notevole inclinazione a rinviare le iniziative a provvedimenti di là da venire e spesso lasciati cadere nel vuoto. Un caso emblematico potrebbe essere il tema della concorrenza nel sistema dei consorzi, rimandato ad un provvedimento “più organico” quando il tema è emerso durante la discussione del Collegato Ambientale sul finire del 2015, salvo poi essere sollevato in maniera estemporanea solo pochi giorni fa. Segno che forse qualcosa si sta muovendo, ed è forse per questo che Galletti dice di voler arrivare ad «un “Green act” che credo potrà rappresentare il primo passo verso un nuovo modo di vedere e vivere la normativa ambientale». Nulla di concreto, ma era dal marzo dello scorso anno che dalle parti di via Cristoforo Colombo non si parlava di “Green Act”, citato anche dal primo ministro Matteo Renzi tra gli obiettivi legislativi del 2015 prima di finire nell’oblio. Che sia stato riesumato a corredo di parole non proprio lusinghiere nei confronti dell’attuale normativa potrebbe essere anche più di un indizio.

Per una riforma tutta da immaginare, però, ce n’è un’altra “solo” da votare. È la riforma Costituzionale vincolata al referendum di ottobre, dal cui successo dipende la tenuta dell’Esecutivo e cui Galletti fa riferimento per la revisione del Titolo V che ne deriverebbe. «Il nuovo testo della Costituzione elimina infatti le materie oggetto di potestà e assegna in esclusiva allo Stato, tra le altre -ricorda Galletti nel suo intervento – materie come “l’ambiente e l’ecosistema”, “le disposizioni generali e comuni sul governo del territorio”, la “produzione, trasporto e distribuzione nazionali dell’energia”, le “infrastrutture strategiche e grandi reti  di trasporto e di navigazione di interesse nazionale e relative norme di sicurezza”, “porti e aeroporti civili, di interesse nazionale e internazionale”, “valorizzazione dei beni culturali e paesaggistici”».

La sensazione è che sia da registrarsi il sostanziale fallimento di un’intera stagione politica, quella del federalismo e della“devolution”, che hanno connotato il decennio 2000 con ricadute anche sul fronte della legislazione ambientale. Il ritorno alla centralizzazione potrebbe sottrarre decisioni strategiche per il Paese all’ignavia che tante volte caratterizza gli amministratori locali, sottoposti al “ricatto” delle urne dei territori cui, a macchia di leopardo, sono chiamati ad ogni Primavera.

Insomma rivedere ed aggiornare il Tua da una parte, riconsegnare alla programmazione del Governo le politiche ambientali dall’altra. Questo l’auspicabile orizzonte indicato più o meno sottottaccia dal ministro Galletti: che il mezzo sia il fantomatico Green Act o comunque verrà battezzata la nuova riforma poco importa. Per “cambiare verso” serve rompere con la filosofia degli interventi spot che piegano la normativa all’esigenza politica a spese della credibilità istituzionale e della programmazione delle imprese.

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