Rifiuti: vent’anni dal decreto Ronchi, Italia tra primati e ritardi


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Se l’Italia, pur con tutti i suoi limiti, figura ormai stabilmente tra i protagonisti della partita per un’Europa sempre più sostenibile e attenta a non sprecare risorse preziose, lo si deve anche al decreto legislativo che vent’anni fa esatti mise per la prima volta ordine nel quadro normativo nazionale in materia di rifiuti. Dando il via alla regolamentazione e alla modernizzazione di un sistema che, fino ad allora, aveva fatto dello smaltimento – lecito e illecito – la principale se non unica forma di gestione del pattume. Era il 1997, la raccolta differenziata si fermava al 9% mentre l’80% della spazzatura finiva inesorabilmente in discarica. Di riciclo dei rifiuti urbani neanche a parlarne. Quanto ai rifiuti speciali (pericolosi e non) invece, inquirenti e forze dell’ordine stavano appena allora cominciando a fare luce da Nord a Sud del Paese sul business multimiliardario dei traffici illeciti e degli smaltimenti abusivi, che dalla fine degli anni ’70 e per più di un quarto di secolo aveva avvelenato mezza Penisola, prosperando anche sulla scorta della scarsa incisività della normativa nazionale.

Contrasto all’illegalità ed incentivazione delle pratiche sostenibili di gestione dei rifiuti furono i due principi cardine di quella riforma, che oggi compie vent’anni e che cambiò per sempre il volto delle politiche ambientali in Italia. Fu proprio quel decreto legislativo, ad esempio, ad introdurre il primo sistema obbligatorio di tracciabilità dei rifiuti dalla produzione fino allo smaltimento (in vigore ancora adesso, nonostante dimostri ormai tutti i limiti dell’età), agevolando il lavoro degli organi di controllo e complicando le cose ai trafficanti di pattume. Quelle che col tempo avremmo imparato a chiamare “ecomafie”. «Con quella riforma – ricorda Edo Ronchi, ex ministro dell’Ambiente dal quale prende il nome il d.lgs. 22/97 – scegliemmo di anticipare gli indirizzi europei sulla gerarchia nella gestione dei rifiuti, assegnando una netta priorità al riciclo rispetto al largamente prevalente smaltimento in discarica e anche rispetto alle proposte che assegnavano priorità all’incenerimento di massa. Quella riforma ha consentito di far decollare l’industria verde del riciclo dei rifiuti».

Che il decreto abbia contribuito a gettare le basi per una industrializzazione del settore rifiuti in Italia lo dimostrano i numeri: se nel 1997 finiva in discarica l’80% dei rifiuti urbani, pari a circa 21,3 milioni di tonnellate, nel 2015, nonostante gli rsu prodotti siano aumentati di quasi 3 Mton, quelli smaltiti in discarica sono scesi al 26% (7,8 Mton), la raccolta differenziata è arrivata al 47,6% e il riciclo/recupero di materia è aumentato da 13 Mton a 83,4 Mton. Quantità che hanno fatto crescere la green economy nostrana fino a portarla ai vertici della classifica europea, con più di 6mila imprese – 5mila 644 delle quali fanno attività di recupero – circa 155mila addetti e un fatturato di 50 miliardi di euro. Numeri incoraggianti, all’alba delle nuove direttive europee sull’economia circolare che sposteranno ancora più in alto l’asticella delle politiche ambientali nell’eurozona, fissando nuovi, ambiziosi target di riciclo dei rifiuti urbani accanto a quello già in vigore del 50% da raggiungere entro il 2020. Target che il sistema Italia potrebbe raggiungere, «a condizione – precisa però Ronchi – che la normativa venga applicata in modo omogeneo su tutto il territorio nazionale, recuperando i ritardi che ancora persistono». In alcune grandi città come Roma e Napoli e in 5 regioni del Sud, ferme a livelli non ottimali di raccolta differenziata: Basilicata (31%), Puglia (30%), Molise e Calabria (25%), Sicilia (13%).

Nonostante i progressi, più di un quarto dei rifiuti prodotti quotidianamente dai cittadini italiani finisce infatti ancora oggi in discarica, in netto ritardo rispetto a Paesi come la Germania, ben al di sotto della soglia del 10%. Ritardi che espongono l’Italia al rischio di apertura di nuove procedure d’infrazione europea. «Io chiedo alle Regioni di fare quanto chiede la legge, e cioè di chiudere il ciclo integrato dei rifiuti – dichiara il ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti, che sul contestato articolo 35 del decreto “Sblocca Italia” aggiunge – io non dico di chiuderlo con la termovalorizzazione, non ci sto a fare il difensore della termovalorizzazione, io voglio che le Regioni mi dimostrino dati alla mano che sono in grado di chiudere il ciclo, poi lo chiudano come vogliono, ma quello che non lascerò che si faccia è che non si chiuda dicendo no alla termovalorizzazione e no a tutto il resto».

Anche il sistema italiano dei consorzi per i rifiuti d’imballaggio Conai, figlio del decreto Ronchi, può vantare in vent’anni il raggiungimento di traguardi importanti: l’avvio al recupero degli imballaggi è salito dal 33% del 1997 al 78,5% dell’immesso al consumo nel 2015 ed è già stato superato l’obiettivo del 65% (siamo al 67%) di avvio al riciclo dei rifiuti da imballaggio che la nuova direttiva indica per il 2025. Un successo che è anche e soprattutto culturale: da un’indagine Ipsos promossa da Conai, infatti, il 91% degli italiani fa abitualmente la raccolta differenziata, il 93% la considera una utile necessità e il 91%  la mette al primo posto tra i comportamenti anti-spreco e tra le buone abitudini ambientali. E oggi che infiamma il dibattito sulla possibilità di mettere mano al sistema Conai aprendo il mercato degli imballaggi ad una maggiore concorrenza tra imprese, Ronchi difende la sua “creatura” e ammonisce: «il mercato non avrebbe mai garantito raggiungimento degli obiettivi ambientali posti sugli imballaggi e il decollo della differenziata». Orgoglio di padre.

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