Poco recupero energetico, riciclo della carta a rischio paralisi


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Riciclo della carta a rischio paralisi. Il motivo? La mancanza di impianti di termovalorizzazione. Potrebbe sembrare un paradosso e invece è tutto nero su bianco in una interrogazione parlamentare «rispetto alla conclamata situazione di carenza di impianti di recupero energetico per gli scarti di riciclo della carta» depositata nei giorni scorsi e indirizzata ai ministri dell’Ambiente e dello Sviluppo economico. Del resto, che il mondo del riciclo versi in una fase di sofferenza per la difficoltà di avviare a smaltimento i propri scarti lo avevano denunciato nelle scorse settimane anche Assorecuperi e Fise Unire, due delle principali associazioni che a livello nazionale raggruppano le imprese del settore del riciclo.

Stando all’interrogazione, ogni anno l’industria cartaria produrrebbe circa 300mila tonnellate di pulper, scarto che nonostante il notevole potere calorifico finisce inesorabilmente in discarica. In Italia, si legge infatti, «c’è solo un impianto di termovalorizzazione dedicato, mentre un secondo impianto non viene utilizzato in maniera costante». E gli altri impianti? Tutti troppo impegnati a bruciare rifiuti urbani, si legge, mentre agli scarti delle operazioni di riciclo viene riservata una porzione sempre più residuale della capacità di incenerimento a livello nazionale, provocando disagi agli operatori di settore che si ritrovano sul groppone tonnellate di rifiuti non recuperabili da smaltire, quando invece potrebbero convertirli in energia.

Già, perchè come si legge nell’interrogazione, in Europa il recupero energetico è considerata una best available technique (BAT), «a cui l’industria cartaria dei Paesi europei concorrenti all’Italia (ad esempio quella tedesca) fa ampiamente ricorso», e anzi si legge, «i concorrenti europei hanno invece impianti a piè di fabbrica, oppure utilizzano impianti di termovalorizzazione o altri impianti industriali (cementifici)», mentre in Italia, alla «impossibilità da parte delle imprese italiane di installare questo tipo di impianti all’interno dei propri siti produttivi» si somma la «mancanza all’esterno dei siti produttivi di infrastrutture sufficienti per recuperare energeticamente le quantità di scarto di pulper generate dall’industria del riciclo», visto che «le capacità di recupero energetico disponibili vengono utilizzate per recuperare quasi esclusivamente rifiuti urbani».

Carenza che, secondo gli interroganti, rischierebbe di compromettere il raggiungimento degli obiettivi europei di riciclo, all’alba delle nuove direttive comunitarie sull’economia circolare. Oltre, naturalmente, a mettere a rischio la tenuta dell’intera filiera cartaria, che solo in Italia vale 31 miliardi di euro e che si alimenta anche e soprattutto dei rifiuti cellulosici da raccolta differenziata (oltre 3 milioni di tonnellate nel 2015 su un totale di 6,3 milioni di tonnellate di carta raccolta), con un tasso di riciclo dell’80% nel settore dell’imballaggio.

«In assenza di qualsiasi azione, il rischio – afferma Massimo Medugno DG Assocarta – sempre più vicino è che si blocchi la produzione, quindi il riciclo della carta e conseguentemente la raccolta differenziata della carta su suolo pubblico (e su quello privato). L’assenza di qualsiasi azione potrebbe rimettere in discussione gli investimenti e le riconversioni già avviate, con dannosi effetti allo sviluppo sostenibile del sistema Paese».

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