Un report dell’Agenzia Europea dell’Ambiente accende i riflettori sulla dimensione sociale del passaggio a modelli di economia circolare: fondamentale sarà investire in percorsi di formazione, riqualificazione e aggiornamento, soprattutto per le categorie più esposte
Tra il 2014 e il 2023 i posti di lavoro legati all’economia circolare in Ue sono aumentati del 10%, raggiungendo quota 4,4 milioni. Numeri significativi, destinati a crescere ancora: secondo le stime del Clean Industrial Deal presentato dalla Commissione europea, il mercato Ue della rigenerazione potrebbe passare dagli attuali 31 miliardi di euro a 100 miliardi entro il 2030, creando fino a 500 mila nuovi posti di lavoro. È da questi dati che parte il briefing dell’Agenzia europea dell’Ambiente, ‘La giusta transizione verso l’economia circolare’, che analizza le implicazioni sociali del passaggio a modelli circolari di produzione e consumo, con un focus particolare sull’occupazione.
Se è vero che l’Ue ha scelto di puntare sull’economia circolare come “risposta all’uso insostenibile delle materie prime naturali e alla crescente dipendenza strategica”, scrive infatti l’Agenzia, è altrettanto vero che la transizione, anche se di successo, “non genera automaticamente equità”. Alle risposte sul piano ambientale ed economico occorre affiancare strumenti che limitino l’aumento delle disuguaglianze. Garantire una transizione davvero equa, sottolinea il report, significa misurare gli effetti di ogni iniziativa alla luce del nuovo paradigma di giustizia nelle politiche di sostenibilità: una giustizia che sia distributiva, procedurale e di riconoscimento, in tutte le fasi del processo: dalla progettazione al monitoraggio, fino alla valutazione.
Un percorso complesso, soprattutto se si guarda al quadro globale. Nel mondo, tra 121 e 142 milioni di persone lavorano nell’economia circolare, pari a circa il 5-5,8% dell’occupazione totale e le donne rappresentano il 26% degli occupati. Anche in questo caso i numeri sono destinati a crescere. Guardando al futuro, infatti, si prevede che alcuni settori ad alta intensità di lavoro come i servizi relativi alla riparazione, alla condivisione e al noleggio, oltre che attività di gestione rifiuti come la preparazione al riutilizzo, potrebbero registrare un’impennata di nuovi posti di lavoro, mentre gli occupati nei settori manifatturieri potrebbero diminuire.
Un aspetto cruciale riguarda la dimensione globale delle filiere. Nelle catene del valore internazionali – spiega l’Agenzia – la creazione di posti di lavoro in una regione può coincidere con la loro perdita in un’altra. Il settore tessile ne è un esempio: le politiche europee sulla circolarità potrebbero generare nuove opportunità legate al riuso, alla riparazione e al riciclo, ma allo stesso tempo ridurre l’occupazione nei Paesi produttori come Bangladesh, Cambogia o India. Non meno rilevante è il tema della qualità del lavoro. Nell’economia circolare convivono occupazioni ad alta specializzazione, nei campi della gestione, progettazione e innovazione, e lavori a bassa qualificazione, spesso legati a raccolta, selezione e riparazione. Questo squilibrio può tradursi in minori opportunità di crescita professionale e in un generale abbassamento della qualità del lavoro. Diventa quindi fondamentale investire in percorsi di formazione, riqualificazione e aggiornamento, soprattutto per le categorie più esposte.
Guardando all’Europa, la regione baltica emerge per la più alta quota di occupazione nelle filiere dell’economia circolare. In Estonia si arriva al 7,9% del totale degli occupati, seguita da Croazia, Lettonia, Lituania e Lussemburgo, con percentuali comprese tra il 3,6% e il 4,2%. Ma oltre alla quantità, resta centrale la qualità del lavoro. Studi recenti mostrano che in ambiti come la gestione dei rifiuti, la riparazione di apparecchiature elettroniche e il riutilizzo del tessile persistono criticità legate a bassi salari, tutele limitate e orari irregolari, soprattutto per migranti, donne e lavoratori informali. Per questo è fondamentale coinvolgere lavoratori e comunità nei processi decisionali legati all’economia circolare. Un esempio positivo arriva dalle imprese sociali di integrazione lavorativa, che rappresentano un approccio inclusivo e partecipativo, capace di coniugare sostenibilità ambientale e coesione sociale.
Particolarmente significativo è anche il nodo del lavoro informale, una componente tanto invisibile quanto cruciale dell’economia circolare, soprattutto nei paesi in via di sviluppo. Secondo l’Agenzia, circa 11 milioni di individui a livello globale svolgono attività di raccolta, riparazione e riciclo dei rifiuti al di fuori dei sistemi formali, senza protezioni sociali né riconoscimento istituzionale. Questi lavoratori contribuiscono in modo sostanziale agli obiettivi ambientali, ma restano ai margini delle politiche pubbliche. Da un lato, spiega l’EEA, serve riconoscere loro “lo status di professionisti qualificati” e, dall’altro, “sostenere percorsi di formalizzazione guidati dai lavoratori e investimenti più ampi che consentano sistemi di gestione dei rifiuti più sicuri e ben organizzati”.
In definitiva, la transizione verso l’economia circolare ha il potenziale per essere inclusiva ed equa. Tuttavia, per trasformare questo potenziale in realtà, è necessario integrare in modo esplicito i principi di giustizia distributiva, procedurale e di riconoscimento, scrive l’Agenzia europea dell’Ambiente. In caso contrario, le politiche rischiano di produrre effetti indesiderati: dall’ampliamento delle disuguaglianze all’emarginazione dei gruppi vulnerabili, fino all’abbandono di intere comunità. Sono infatti i posti di lavoro di qualità, gli standard elevati e lo sviluppo delle competenze a determinare produttività, innovazione e stabilità occupazionale e, di conseguenza, la competitività e la reale circolarità delle imprese.





