Lo studio FutuRam evidenzia la necessità di aumentare la capacità europea di recuperare le materie prime critiche. L’Ue dipende per circa il 90% da Paesi terzi ma al momento solo una parte dei minerali chiave per l’industria proviene dal riciclo dei rifiuti che ne sono ricchi
I rifiuti europei potrebbero trasformarsi in una delle principali fonti di approvvigionamento di materie prime critiche, riducendo la dipendenza dalle importazioni e rafforzando competitività e autonomia strategica dell’industria continentale. Entro il 2050 il riciclo potrebbe coprire il 50% circa del fabbisogno di elementi chiave per comparti produttivi come energia e digitale. È quanto emerso nel corso dell’evento conclusivo di FutuRam, progetto Ue nato con lo scopo di mappare le riserve e i flussi di materie materie prime seconde critiche, per facilitarne il loro sfruttamento.
Lo studio ha rivelato che entro il 2050 i sistemi di riciclo potrebbero consentire all’Europa di recuperare annualmente tra i 4,1 e i 5,7 milioni di tonnellate di materie prime critiche, con un potenziale di sostituzione primaria che va dal 33% in condizioni di mercato attuali, al 47% con sistemi di recupero migliorati fino al 56% in uno scenario di applicazione dell’economia circolare. A condizione, però, che la qualità delle materie prime secondarie sia in grado di sostituire quelle primarie.
Questa capacità potrebbe aiutare l’Unione europea a ridurre la sua dipendenza da Paesi terzi per elementi sempre più strategici, rafforzando la sicurezza degli approvvigionamenti per tecnologie come batterie, pile, pannelli solari e pale eoliche e alleggerendo la dipendenza continentale da canali di fornitura sempre più influenzati dall’instabilità degli assetti geopolitici e dalla volatilità dei mercati. Un obiettivo che, almeno sulla carta, è già nel mirino dell’Ue: oggi il Vecchio Continente dipende dalle importazioni per circa il 90% del fabbisogno di minerali critici, mentre secondo il Critical Raw Materials Act entro il 2030 i minerali strategici recuperati dai rifiuti dovranno soddisfare almeno il 25% della domanda interna.
Ma dove e quante sono le risorse critiche e strategiche contenute nei rifiuti? Lo studio si è concentrato sull’analisi di sette principali flussi, tra cui raee (rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche), batterie esauste, veicoli a fine vita e turbine eoliche smantellate. I numeri del rapporto evidenziano che nel 2022 sono state immesse sul mercato circa 5,2 milioni di tonnellate di materie prime critiche incorporate nei prodotti. A fronte di 2,1 milioni di tonnellate incorporate nei rifiuti, tuttavia, solo 1,4 milioni di tonnellate risultano recuperate.
La fotografia scattata da FuturRam evidenzia luci e ombre: se metalli come platino e rodio presentano tassi di recupero superiori all’80%, grazie soprattutto a consolidate procedure di raccolta e trattamento dei rifiuti, per altri materiali non è così. Litio e cobalto, ad esempio, vengono in gran parte persi durante la raccolta o lo smaltimento dei prodotti che li contengono, principalmente batterie. Altre materie, invece, tra cui alluminio, rame, palladio e nichel, rientrano nella fascia 40-80%, con infrastrutture di raccolta e trattamento presenti, ma in filiere che fanno registrare perdite significative.
Entro il 2050, sottolinea FutuRam, le materie prime critiche presenti nei prodotti immessi sul mercato potrebbero aumentare fino a raggiungere una quantità compresa tra 8,4 e 12,2 milioni di tonnellate all’anno, mentre la produzione di rifiuti potrebbe arrivare a 5,2-6,4 milioni di tonnellate. Secondo il rapporto, con le giuste scelte legislative e industriali nello stesso periodo circa 17 materie prime critiche, tra cui cobalto, litio e metalli delle ‘terre rare’ come disprosio e neodimio, potrebbero raggiungere tassi di recupero superiori all’80%. portando il recupero a 4,7-5,7 milioni di tonnellate. Quantità tali da coprire fino alla metà del fabbisogno.
Per raggiungere questi risultati è necessario che l’Europa agisca per colmare alcune lacune negli attuali sistemi di gestione dei rifiuti. Il rapporto, infatti, sottolinea come, nonostante l’Europa sia leader mondiale nella gestione dei rifiuti elettrici ed elettronici, quasi la metà dei raee venga gestita al di fuori dei sistemi di riciclo conformi, e come parte delle perdite si verifichino addirittura all’interno di sistemi di gestione dei rifiuti conformi. La gestione non corretta o non efficiente dei raee ha portato nel solo 2022, ad esempio, a perdite di materiale pari a circa 500 chilotonnellate.
Nell’Europa a 27+4 (Regno Unito, Svizzera, Islanda e Norvegia) non va meglio per quanto riguarda la gestione delle batterie o dei veicoli a fine vita. Per quanto riguarda i veicoli, ad esempio, un gran numero di quelli giunti a fine vita rimane al di fuori dei canali di trattamento ufficiali o viene esportato al di fuori dell’Unione come usato, con conseguente perdita di oltre 200 chilotonnellate di materie prime critiche nel 2022. Quanto al riciclo delle batterie, anche se il settore è in fase di espansione e consolidamento, quantità significative di materiali parzialmente trattati, noti come ‘black mass’, continuano a venire esportate per essere recuperate fuori dall’Europa.
In questo scenario, suggerisce lo studio, la priorità è quella di migliorare il monitoraggio e la tracciabilità delle risorse recuperabili, istituendo un quadro armonizzato a livello Ue per la segnalazione e la classificazione delle materie prime secondarie: un sistema comune, spiegano i ricercatori, garantirebbe infatti dati coerenti e comparabili tra gli Stati membri, consentendo un monitoraggio più accurato dei materiali critici e decisioni politiche più informate. Altro suggerimento, poi, riguarda l’istituzionalizzazione della Urban Mine Platform come infrastruttura dati centrale dell’Unione. In ultimo, gli esperti consigliano di applicare la Classificazione Quadro delle Nazioni Unite per le Risorse: estendere questo quadro di riferimento riconosciuto a livello globale ai progetti di riciclo migliorerebbe la trasparenza, la comparabilità e la fiducia di investitori e responsabili politici.





