Il presidente di Corepla Giorgio Quagliuolo avverte: la crisi del riciclo della plastica è strutturale e rischia di risalire la filiera fino alla raccolta differenziata. Domanda debole, concorrenza extra Ue, costi energetici e carenza impiantistica stanno saturando gli spazi di stoccaggio, aumentando anche il rischio incendi. Tra le richieste al tavolo di crisi: più capacità autorizzata negli impianti, sostegni economici al riciclo, controlli sulle importazioni e misure per rilanciare la domanda di materia riciclata
“È una delle richieste che abbiamo fatto. Si parte da lì”. Giorgio Quagliuolo, appena confermato alla presidenza di Corepla per il suo terzo mandato, sceglie una formula netta per indicare una delle misure considerate più urgenti nella crisi che sta attraversando la filiera del riciclo della plastica: allentare, almeno in questa fase, i vincoli sulle capacità autorizzate di stoccaggio degli impianti. Una misura già sperimentata durante la crisi Covid, quando il sistema riuscì a evitare il blocco della raccolta differenziata rivolgendosi alle Regioni per ottenere “un’estensione delle quantità autorizzate presso gli impianti”. Oggi, però, avverte Quagliuolo, la situazione è più grave: “Allora ci siamo andati molto vicini, ma la raccolta differenziata non si è bloccata. Oggi è peggio”.
Parlando a Ricicla.tv nella nuova puntata del format ‘A Carte Scoperte’ (che andrà in onda in versione integrale il prossimo venerdì 19 giugno), il presidente del consorzio nazionale per la raccolta, il riciclo e il recupero degli imballaggi in plastica non nasconde le difficoltà del momento e le possibili conseguenze di una crisi che è industriale e commerciale, e che rischia di travolgere anche le fasi a monte della filiera, fino a incidere sulla capacità del sistema di ricevere i rifiuti da imballaggio raccolti dai Comuni e dai gestori. “Il convenzionato che raccoglie deve portare il materiale a un centro di selezione. Se il centro ha esaurito gli spazi di stoccaggio autorizzati, quel materiale non può entrare. Questo è il pericolo più grave che stiamo correndo”.
“La situazione è particolarmente grave”, ammette Quagliuolo, “e lo è per un insieme di motivi: non c’è mai un solo motivo che determina gli stati di crisi”. Il nodo principale resta la domanda di materia riciclata, che Quagliuolo definisce “bassissima”, quasi inesistente. Le ragioni sono diverse: abbondanza di materiale in Europa, concorrenza dei prodotti importati e, fino a poco tempo fa, prezzi della materia prima vergine molto più bassi rispetto alla materia prima seconda. “Il gap con il materiale riciclato era insostenibile, ti metteva fuori mercato”, sintetizza il presidente. La conseguenza è immediata: i materiali restano a terra, non vengono avviati a riciclo e occupano gli spazi autorizzati degli impianti. Cosa vera soprattutto per le frazioni meno nobili, come le plastiche poliolefiniche.
Alla crisi della domanda si somma poi una fragilità impiantistica che rende il sistema più esposto agli shock. “In Italia abbiamo una carenza impiantistica che comincia a diventare veramente difficile da superare”, avverte Quagliuolo. In Europa, ricorda, hanno chiuso circa 45 impianti di selezione; in Italia due grandi impianti sono fermi per revamping e un altro ha subito un incendio al magazzino. “Per fortuna è bruciato solo il magazzino e non le linee”, precisa, ma l’episodio segnala un rischio più ampio, come denunciato anche da diverse associazioni di imprese. Un rischio destinato ad aumentare con l’arrivo della stagione calda e con l’accumulo di materiali non ritirati. “Tutti gli anni c’è qualche impianto che si incendia”, ma quando il sistema lavora senza margini anche un singolo evento può produrre effetti a catena. “Se hai una necessità di 100, dovresti avere una capacità di 150, perché devi far fronte anche agli imprevisti e alle situazioni di crisi. Non puoi giocare sempre sul filo del rasoio, perché poi rischi di tagliarti”. O, in questo caso, di rimanere scottato.
Uno stato di cose che, avverte Quagliuolo, “può portare al blocco della raccolta differenziata”. Corepla, spiega il presidente, sta lavorando per “sbottigliare le linee degli impianti”, ma il consorzio non può sostituirsi al mercato né farsi carico da solo di una crisi che Quagliuolo definisce strutturale. Per sostenere le frazioni meno facilmente riciclabili, Corepla riconosce da tempo un contributo al riciclo e, nell’ultimo periodo, lo ha aumentato “per compensare la minore competitività” rispetto ai materiali importati. Ma non basta. “Noi possiamo metterci qualcosa”, dice Quagliuolo, “però non abbiamo le capacità economiche e finanziarie per supplire in maniera completa a una situazione di questo genere”.
Le soluzioni, spiega Quagliuolo, andranno trovate, e nel più breve tempo possibile, al tavolo di crisi aperto dal Ministero dell’Ambiente. In discussione, spiega, ci sono diverse proposte: un credito d’imposta per chi utilizza materiale riciclato, agevolazioni sulle bollette energetiche per le imprese del riciclo, “che sono tutte società energivore”, e un’applicazione più stringente dei criteri ambientali minimi negli acquisti pubblici, affinché la quota di acquisti verdi della pubblica amministrazione si traduca davvero in domanda di prodotti contenenti materiale riciclato. A queste misure si aggiunge la richiesta di controlli più puntuali sulle importazioni: “Abbiamo chiesto un intervento anche a livello doganale, perché vengano controllate in maniera più precisa le importazioni che arrivano dai Paesi extra Ue e che devono quantomeno rispettare determinate norme che noi ci siamo autoimposti”.
Il limite invalicabile, per Quagliuolo, è la continuità del servizio. Il sistema può essere sotto pressione, può richiedere risorse aggiuntive e misure straordinarie, ma non può permettersi che la raccolta differenziata degli imballaggi in plastica si fermi. “Non possiamo dire all’AMSA di Milano, all’AMA di Roma o all’ASIA di Napoli: tornate indietro con i camion e scaricate la roba nel giardino. Non esiste”. Il messaggio del presidente di Corepla è diretto: “Dobbiamo essere pronti ad accogliere la raccolta differenziata e questo faremo. Questo avverrà. Io personalmente non transigo”.
La memoria della crisi Covid offre un precedente, ma anche un avvertimento. Allora, ricorda Quagliuolo, la chiusura delle fabbriche ridusse gli sbocchi per alcuni materiali, ma una parte significativa degli imballaggi in plastica continuò a essere assorbita dai settori essenziali, come alimentare e farmaceutico. “Oggi è peggio”, ribadisce. Allora la soluzione passò anche da un’interlocuzione con le Regioni, chiamate ad autorizzare temporanei ampliamenti delle quantità stoccabili presso gli impianti. La risposta fu “a macchia di leopardo”: alcune amministrazioni agirono rapidamente, altre non risposero nemmeno. Oggi quella stessa strada potrebbe tornare necessaria. “È una delle richieste che abbiamo fatto”, conferma Quagliuolo. “Si parte da lì”.





