Circular Economy Act, FEAD: più domanda di riciclati e regole comuni sull’end of waste

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Redazione Ricicla.tv
01/09/2026

FEAD chiede al prossimo Circular Economy Act di intervenire sui due principali ostacoli al mercato europeo delle materie seconde: domanda debole e frammentazione normativa. Tra le proposte, target di contenuto riciclato, criteri ‘Made in Europe’, appalti verdi, eco-modulazione EPR e nuove regole comuni sull’End of Waste. Obiettivo: rendere il riciclo più competitivo e favorire un vero mercato unico europeo dei materiali secondari


Il riciclo può essere l’anello di congiunzione tra la necessità di decarbonizzare l’industria europea e quella di renderla più autonoma e resiliente. Ma l’obiettivo resterà fuori dalla portata dell’Ue se l’offerta di materiali riciclati prodotti in Europa continuerà a non trovare una domanda capace di assorbirla e se le barriere regolatorie tra Stati membri continueranno a impedire lo sviluppo di un vero mercato unico dei rifiuti e delle materie prime seconde. È da queste premesse che muovono le proposte di Fead, federazione europea delle imprese del waste management, in vista della presentazione del Circular Economy Act della Commissione Ue, l’iniziativa in calendario per questo autunno con la quale Bruxelles proverà a sciogliere i nodi che ostacolano lo sviluppo dell’economia circolare nel Vecchio Continente puntando, tra l’altro, a raddoppiare entro il 2030 il tasso di utilizzo di materia riciclata, attualmente intorno al 12%. Un percorso tutto in salita.

Sul fronte della domanda, osserva infatti Fead in un position paper, l’impiego di materiali riciclati in sostituzione delle risorse vergini resta “insufficiente e volatile”, legato cioè quasi esclusivamente all’andamento dei prezzi delle risorse tradizionali, e per questo rappresenta “la principale barriera strutturale che attualmente frena l’economia circolare in Europa”, scrive l’associazione. Una condizione che mina la sostenibilità economica degli investimenti in capacità di raccolta, selezione e trattamento dei rifiuti e che espone molte filiere del riciclo, a partire da quella delle plastiche, al rischio costante di “fallimento del mercato”.

Se l’Europa vuole davvero puntare sui materiali riciclati per abbattere l’impronta carbonica dei cicli produttivi e slegarli dall’importazione di risorse naturali da paesi terzi, è il ragionamento dell’associazione, serve creare una domanda stabile e prevedibile e lo strumento principale per farlo è quello del contenuto minimo riciclato, “un intervento normativo necessario per correggere i fallimenti del mercato e stimolare un’economia circolare in Europa”. A patto che la definizione di contenuto riciclato sia però chiara e armonizzata, che includa solo i materiali generati da riciclo di rifiuti post consumo (non materiali biobased o sfridi e sottoprodotti) e che, soprattutto, privilegi il riciclo ‘made in Ue’.

Secondo Fead, infatti, “l’esperienza maturata con la normativa sugli imballaggi”, e in particolar modo gli obiettivi di contenuto minimo già vigenti per le bottiglie in plastica, hanno evidenziato il rischio che i nuovi obblighi vengano soddisfatti “mediante materiali importati, privi di garanzie sufficienti in merito all’origine, alle condizioni di riciclo o alle prestazioni ambientali”. Distorsione che rappresenta una delle cause principali della crisi profonda nella quale versa l’industria europea del recupero dei rifiuti polimerici.

Per questo, scrive l’associazione, il Circular Economy Act dovrebbe fare in modo che tutti i futuri requisiti di contenuto riciclato – a partire da quelli che saranno introdotti nell’ambito del piano europeo sull’ecodesign – dovrebbero privilegiare i riciclati prodotti da rifiuti raccolti, selezionati e riciclati in Europa, mentre i materiali secondari d’importazione dovrebbero poter concorrere solo in presenza di “requisiti speculari rigorosi ed effettivamente applicabili che garantiscano standard ambientali, sociali e di qualità equivalenti, supportati da meccanismi efficaci di verifica e di vigilanza del mercato”.

Proprio sulle plastiche – il comparto che in questa fase soffre di più le diseconomie del riciclo – secondo Fead il Circular Economy Act dovrebbe introdurre un requisito di contenuto riciclato trasversale, cioè valido per tutte le applicazioni. In più, osserva l’associazione, serve potenziare la leva degli appalti pubblici per spingere la domanda di materia riciclata e dei prodotti che la contengono, e utilizzare l’eco-modulazione dei contributi di responsabilità estesa del produttore per premiare chi sceglie di integrare le risorse secondarie nei propri cicli produttivi.

La domanda debole e volatile non è però il solo freno al pieno sviluppo del riciclo made in Ue. A ostacolare strategie e investimenti delle imprese, stavolta sul piano dell’offerta di riciclati, sono anche le incertezze del quadro regolatorio e, in particolare, scrive Fead in un secondo paper, “l’approccio frammentato e incoerente alla disciplina per la cessazione della qualifica di rifiuto”. Secondo l’associazione, materiali pienamente recuperati e idonei a essere reimmessi nei cicli produttivi possono ancora essere considerati rifiuti in altri Stati membri. Una situazione che ostacola gli scambi transfrontalieri e impedisce, di fatto, la costruzione di un mercato unico europeo delle materie seconde.

Secondo l’associazione serve accelerare la definizione di criteri end of waste europei – a partire da filiere strategiche come carta e cartone, compost e digestato, ceneri pesanti da incenerimento e gesso – ma anche, e forse soprattutto, armonizzare le discipline nei vari Stati membri garantendo “il mutuo riconoscimento degli end of waste nazionali”. La soluzione, scrive Fead, potrebbe essere quella di istituire un registro europeo che raccolga i singoli regolamenti nazionali a seguito di una rapida verifica di coerenza normativa da parte della Commissione Ue. “Poiché gli Stati membri sono già tenuti a informare la Commissione quando elaborano criteri nazionali – osserva infatti l’associazione – tale processo potrebbe essere formalizzato”, contribuendo “a creare fiducia e uniformità tra gli operatori nei vari Stati membri, senza tuttavia comportare un onere amministrativo eccessivo”.

Una proposta, quella del registro degli end of waste nazionali, che ricorda quanto l’Italia sta provando a fare con il Recer, il registro delle autorizzazioni al riciclo, incluse quelle ‘caso per caso’, ovvero rilasciate in assenza di criteri nazionali o europei. Una facoltà prevista dalla normativa europea sui rifiuti, che Fead chiede di lasciare impregiudicata anche nel quadro che emergerà con l’adozione del Circular Economy Act, “a causa dell’enorme diversità di potenziali regimi di fine vita dei rifiuti, in particolare a livello locale. Abolirli senza disporre di norme end of waste a livello dell’Ue – avverte l’associazione – non apporterebbe alcun beneficio e ostacolerebbe l’innovazione”. L’attesa, ora, è per la proposta di Bruxelles.

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